| Panzer in campo Sturmtruppen e sponsorizzazioni |
Dal notiziario ANSA dello scorso 29 maggio[1] apprendiamo che “Per la prima volta un’azienda produttrice di armi sponsorizza una squadra della Bundesliga: a pochi giorni dalla finale di Champions League, il Borussia Dortmund (Bvb) ha annunciato un accordo di sponsorizzazione di tre anni con il gruppo tedesco Rheinmetall” e che “Il valore delle azioni Rheinmetall alla Borsa di Francoforte, a partire dal febbraio 2022, mese dell’inizio della guerra in Ucraina, sono aumentate di oltre il 400% grazie alle commesse ottenute in relazione al conflitto.”
Ovviamente non è una bella notizia, pur cercando di mantenere una briciola di ottimismo perché amiamo il pallone, il pensiero va ad Alberto Sordi[2] e a Bonvi[3]
[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2024/05/29/produttore-armi-borussia-primo-sponsor-militare-in-bundesliga_50008908-7b99-4a65-bc62-6dfd4da4ea67.html
[2] Finché c’è guerra c’è speranza
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Sturmtruppen

Perché lo sport si arrende ai fabbricanti di armi? C’è forse da esser orgogliosi a indossare una maglietta con su scritto Rheinmetall? Oppure a regalarla a figli/e nipoti?
Storia e Memoria, alcune tappe per saperne un po’ di più
- Fondata il 13 aprile 1889 da Heinrich Ehrhardt
- Rheinmetall con Krupp, Siemens, Gutehoffnungshüttefa parte di La Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo metallurgico”, FO.) una società fittizia del Terzo Reich, creata per finanziare il riarmo bellico tedesco, aggirando il Trattato di Versailles.
- Nell’aprile 1933 la Rheinmetall acquisì il costruttore di locomotive Borsig. Nel contesto del riarmo il nazionalsocialismo sviluppò la società Rheinmetall-Borsig: armamenti, munizioni cannoni, fucili, carrarmati, mine e protezioni per le ferrovie. Per lo sviluppo e la costruzione di veicoli cingolati nel 1937 venne fondata una azienda separata, la Alkett. Nel 1938 Rheinmetall AG (in precedenza Rheinische Metallwaaren – und Maschinenfabrik AG e con e principali fabbriche ubicate a Kassel, Unterlüß e Düsseldorf) lasciò la sede di Düsseldorf per Berlino.
- Durante la seconda guerra mondiale (WWII), nelle fabbriche della Rheinmetall lavorarono numerosi lavoratori forzati; a Düsseldorf-Derendorf nei campi (Stalag) “KL Berta”, “Berta II/Borsig” utilizzò il lavoro coatto di prigionieri[1] come anche a Unterlüss ricordata anche per la vicenda dei 44 (Internati Militari Italiani) eroi di Unterlüss[2]
- Se si volesse approfondire
[1] Fonte <https://it.wikipedia.org/wiki/Sottocampi_del_campo_di_concentramento_di_Buchenwald
[2] 44 eroi di Unterlüss il 24 febbraio 1945 44 ufficiali del Regio Esercito italiano, presi prigionieri dai tedeschi in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, si ribellarono alle imposizioni tedesche sostituendosi a 21 loro compagni scelti per la fucilazione. Nel 2022, con il contributo economico della Rheinmetall, a Unterlüss (ora comune di Sudheie) è stato eretto un memoriale ed è stata posata una “pietra di inciampo” in memoria di tutte le vittime del nazismo decedute a Unterlüss Fonte <https://it.wikipedia.org/wiki/44_eroi_di_Unterl%C3%BCss>

https://www.difesaonline.it/industria/rheinmetall-riceve-il-maggior-ordine-nella-storia-dellazienda-85-miliardi-di-euro Armin Papperger, presidente del consiglio di amministrazione di Rheinmetall AG: “Siamo lieti del più grande ordine nella storia recente della nostra azienda. Questo contratto quadro di grande volume sottolinea il ruolo di leadership di Rheinmetall come fornitore di munizioni in Germania e la nostra posizione come il più grande produttore mondiale di munizioni d’artiglieria. Apprezziamo molto la grande fiducia espressa in questo ordine a lungo termine come parte della fornitura di sicurezza della Repubblica Federale di Germania e dei suoi alleati.”
Vi spiego cosa nascerà dall’alleanza Leonardo-Rheinmetall. Parla Nones (Iai)
Conversazione di Start Magazine con Michele Nones, vicepresidente dello Iai, su sfide, incognite e prospettive dall’alleanza strategica stretta da Leonardo e Rheinmetall sui mezzi terrestri
hattps://www.startmag.it/innovazione/alleanza-leonardo-rheinmetall-nones-iai/
26 Marzo 2025
Giochi “di guerra”, Leonardo sponsor delle Olimpiadi
di Giuseppe Pietrobelli
IL FATTO QUOTIDIANO
Un’azienda italiana non propriamente di pace, come Leonardo, sale sul carro delle Olimpiadi Milano Cortina 2026 come “premium partner”. Naturalmente non fornirà armi alla Fondazione presieduta da Giovanni Malagò che si sta occupando dell’organizzazione dei Giochi invernali. “Dispiegherà, infatti, un sistema per le comunicazioni mission critical, multi-tecnologia e multi-utente” per le comunicazioni radio e le vendite di controllo. Il contributo ha una valenza economica sostanziosa, visto che Leonardo viene inserito nella seconda fascia degli sponsor, dopo gli operatori globali che sono stati portati in dote dal Cio. Tra “Olympic e Parlympic Premium Partners” ci sono altre aziende italiane come Gruppo Fs, Eni, Enel e Poste Italiane. La collaborazione è stata resa possibile “grazie alla sinergia con il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi” spiega Fondazione. L’accordo è stato siglato dal presidente di Leonardo Stefano Pontecorvo, e dall’ad Roberto Cingolani, già ministro della transizione ecologica nel governo Draghi. Per Fondazione hanno firmato Malagò e il ceo Andrea Varnier. La notizia non passa inosservata perché uno dei principi fondamentali della Carta Olimpica recita: “Lo scopo dell’Olimpismo è di mettere ovunque lo sport al servizio dello sviluppo armonico dell’uomo, per favorire l’avvento di una società pacifica, impegnata a difendere la dignità umana. Il Movimento Olimpico svolge, solo e in collaborazione con altri organismi, azioni volte a favorire la pace”.
13 Luglio 2024
Nel mirino Il piano russo per assassinare il capo di Rheinmetall
Di Luigi Daniele
https://www.linkiesta.it/2024/07/russia-rheinmetall/amp/
NUOVA FABBRICA DI MUNIZIONI IN UCRAINA: RHEINMETALL RICEVE ORDINE PER FORNIRE LA LINEA DI PRODUZIONE
https://www.difesaonline.it/industria/nuova-fabbrica-di-munizioni-ucraina-rheinmetall-riceve-ordine-fornire-la-linea-di
Il Fatto Quotidiano
Dietro il riarmo
Iveco-Leonardo, il governo caldeggia la fusione militare
La Difesa ci spera – Vendita Bloccata finora per le richieste eccessive di Exor, che adesso separerà le attività per beneficiare dei rialzi in Borsa
Di Ettore Boffano e Carlo Di Foggia
4 Marzo 2025
Nei retroscena politici sulla grande stampa si parla addirittura di un “piano segreto” del governo per riconvertire alla difesa le fabbriche d’auto di Stellantis. Nella realtà, e più prosaicamente, per ora si limita a sperare che il colosso statale Leonardo si prenda le attività militari di Iveco, la società dei veicoli commerciali controllata dalla Exor, la holding della famiglia Elkann-Agnelli (che a sua volta controlla anche Stellantis). D’altronde John Elkann, Ad di Exor, un anno fa aveva già provato a venderla al gruppo italiano della difesa guidato da Roberto Cingolani, vedendosi rifiutare l’offerta perché fatta a cifre stellari, vicine al miliardo. L’operazione è invece auspicata dai vertici italiani della Difesa guidati dal ministro Guido Crosetto.
Qualcosa si sta muovendo in ogni caso. Il 7 febbraio scorso, l’Ad di Iveco, Olof Person, presentando i conti 2024, ha ufficializzato che la società studia la possibilità di separare quest’anno “il business Defence” che comprende i marchi Iveco defence vehicles (Idv) e Astra e le relative attività, attraverso uno spin-off. In sostanza nascerebbe una nuova società. L’ipotesi più probabile è che venga quotata, distribuendo le azioni direttamente agli attuali azionisti di Iveco, che vedono Exor al primo posto con il 27% del capitale (e il 42% dei diritti di voto), rispecchiandone le stesse proporzioni. A quel punto, se Exor decidesse di vendere le azioni, potrebbe incassare direttamente il ricavato senza passare da Iveco.
LEGGI – Rialzi a doppia cifra per i titoli delle armi: Leonardo fa +16,1%
Lo farà? Di norma gli spin-off servono a valorizzare la società e a cercare acquirenti. La stessa Iveco è nata nel 2021 come spin-off di Cnh industrial (controllata da Exor). I risultati di Idv hanno puntellato i conti di Iveco, che ha chiuso il 2024 con ricavi netti per 15 miliardi, in calo di 600 milioni rispetto al 2023. Idv invece ha visto i ricavi salire del 15% e gli utili del 37% a 113 milioni (quelli dell’intero gruppo sono saliti di soli 11 milioni).
Idv, che produce blindati, è piccola ma ingombrante. A lungo la holding di casa Agnelli ha cercato di venderla. Tra fine 2023 e inizio 2024 si è affacciata Leonardo, in quel momento impegnata nel dialogo con la tedesca Knds per il nuovo carrarmato pesante europeo (Main battle tank) e partecipare alla maxi-commessa da 23 miliardi per fornire all’Esercito 280 nuovi carri. I negoziati si sono arenati e Leonardo ha poi chiuso la joint venture con la tedesca Rheinmetall (ieri è stata costituita la società paritetica). La richiesta di Exor era però a multipli elevati, intorno al miliardo di euro, ed è stata rispedita al mittente.
Ora evidentemente Elkann&C. vogliono approfittare del rialzi stellari in Borsa che il comparto militare europeo sta sperimentando negli ultimi mesi con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca e la corsa al riarmo, che dovrebbe beneficiare anche dei fondi europei. Nel governo sono in diversi ad auspicare un’operazione con Leonardo. Il piano, per dire, è ben visto dal ministro della Difesa, Guido Crosetto. Idv, il cui stabilimento più grosso è a Bolzano, lavora quasi solo per l’esercito italiano. A dicembre ha annunciato la firma di una commessa da 755 milioni con il mistero della Difesa per fornire 1.453 autocarri tattico-logistici entro il 2038 e avrà, secondo l’Ad, “il 12-15% delle attività totali della joint venture tra Leonardo e Rheinmetall per lo sviluppo e la produzione di veicoli da combattimento cingolati per l’Esercito”, ma non quote di capitale. Alla Difesa l’idea di potenziare un fornitore troppo piccolo facendolo acquisire dal colosso controllato dal Tesoro non dispiace, ma le valutazioni formulate nei mesi scorsi – superiori al doppio di quanto ipotizzato da Leonardo – erano da regalo a Exor. A ogni modo, il vero valore lo si vedrà al momento dello spin-off e il dialogo con Leonardo potrebbe ripartire.
Al momento non è chiaro se i ragionamenti intorno a Iveco Defence abbiano avuto un ruolo nel dialogo col governo che Elkann ha avviato per chiudere la guerra nata a causa del progressivo disimpegno di Stellantis dall’Italia. Il 19 marzo il nipote di Gianni Agnelli sarà in audizione in Parlamento sulla crisi del gruppo. A febbraio Stellantis ha immatricolato il 14,1% di veicoli in meno rispetto allo stesso mese del 2024: la quota di mercato è così scesa al 30,4% dal 33,1% di un anno fa; la produzione si è dimezzata in un anno.
L’intervista Klare
“Trump non taglia la spesa militare, ora punta su armi sempre più tecnologiche”
Hampshire College – Il complesso industriale Usa verrà sostituito con nuove imprese vicine a Vance e Musk
Di Salvatore Cannavò
5 Marzo 2025
Michael T. Klare è professore emerito di Pace e Studi sulla Sicurezza mondiale all’Hampshire College. Recentemente, sulla rivista The Nation ha condotto uno studio sulle novità del “complesso militar-industriale” statunitense, in cui le nuove industrie robotiche e tecnologicamente avanzate, sponsorizzate da JD Vance e Elon Musk, fanno la guerra ai vecchi giganti come Lokheed. In questa intervista si dice scettico che Donald Trump voglia davvero ridurre le spese militari come ha promesso.
Qual è lo stato del complesso militare industriale negli Stati Uniti?
Il complesso militare-industriale è molto ben radicato nell’economia politica degli Stati Uniti. I principali produttori di armi, come Boeing, Lockheed, Raytheon, Northrop Grumman e General Dynamics, hanno impianti di produzione in tutte le comunità e impiegano lavoratori che di solito votano per chi poi garantirà le spese per le armi prodotte nel loro distretto. Queste aziende sono anche tra i principali donatori dei membri del Congresso. I generali e gli ammiragli più importanti sono invitati a far parte dei consigli di amministrazione quando vanno in pensione, quindi ci sono molti legami stretti tra le aziende e le forze armate. A causa di questi numerosi rapporti, sarà molto difficile ridurre la spesa per le armi prodotte da queste grandi aziende.
Qual è oggi la strategia dell’esercito americano?
I vertici militari americani, compreso il nuovo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, insistono sulla Cina come principale avversario degli Stati Uniti e le forze armate americane dovrebbero essere addestrate ed equipaggiate per sconfiggerla in qualsiasi guerra futura, ad esempio a Taiwan. Inoltre, le forze statunitensi devono essere in grado di sconfiggere la Russia, se necessario, e anche l’Iran e la Corea del Nord. Per ottenere tutto questo, i funzionari del Pentagono insistono sul fatto che le forze statunitensi devono possedere una superiorità tecnologica. Inutile dire che questa strategia molto ambiziosa richiede alti livelli di spesa militare.
Pensa che l’annuncio di Trump di tagliare le spese militari sia serio?
No, non ha nulla di serio. Il piano di bilancio appena adottato dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti per volere di Trump prevede un aumento e non una diminuzione delle spese militari nei prossimi anni (150 miliardi al Senato e 100 miliardi alla Camera, ndr). Il complesso militare-industriale ha poi un’influenza immensa nel Congresso. È probabile che avvenga il contrario.
Pensa che Trump possa seriamente ridurre il rischio di guerre nel mondo?
Naturalmente è difficile prevedere cosa accadrà nei prossimi anni e non sappiamo ancora cosa Trump intenda fare nei confronti della Cina. È possibile che negozi un importante accordo economico e commerciale con Xi Jinping, che ridurrebbe il rischio di una guerra Usa-Cina. Tuttavia, è altrettanto probabile che la pressione economica sempre più dura esercitata sulla Cina si traduca in un aumento delle tensioni e in un maggiore rischio di guerra. Allo stesso modo, Trump potrebbe convincere Vladimir Putin a sospendere per un certo periodo la guerra contro l’Ucraina, ma senza le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti per l’Ucraina (che Trump ha escluso) è probabile che Putin continui la sua guerra contro l’Ucraina in un secondo momento. Quindi, nel complesso, non vedo alcun motivo per supporre che Trump renderà il mondo più pacifico.
Quali sono le sue previsioni per il prossimo periodo degli Stati Uniti?
Stiamo vivendo un periodo di immensa turbolenza interna, con il licenziamento di decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di dipendenti federali di agenzie governative chiave e la chiusura di alcune di esse. Ciò comporterà una riduzione della capacità del governo di far fronte a future emergenze. È probabile che anche altri servizi governativi essenziali, come il controllo del traffico aereo e il servizio postale, subiscano licenziamenti e riduzioni di capacità. È difficile prevedere come si svolgerà tutto questo, ma senza dubbio si tradurrà in caos e danni umani.
Il FATTO QUOTIDIANO
(Carlo Cottarelli e i “conti giusti” sulle armi)
Rimasugli di Marco Palombi
La migrazione del Cottarelli
6 Marzo 2025
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Molte persone emigrano, si sa, assai meno lo fanno gli editorialisti, ma è di una di queste più rare migrazioni che ci occuperemo per parlare del dibattito pubblico: senza particolare enfasi, pubblicando un giudizioso commento sui conti pubblici, martedì Il Corriere della Sera ha annunciato l’avvio della sua collaborazione col “professor Carlo Cottarelli”. L’ex quasi premier, in buona sostanza, ha lasciato Repubblica (o è stato lasciato da) ed è finito da Urbano Cairo: buon per lui, ovviamente. Però qui corre l’obbligo di ricordare quanto Il Fatto aveva scritto una settimana fa, sentendo anche l’interessato. Breve riassunto. Molti media europei, citando un report dell’Institute for Strategic Studies (Iiss), avevano scritto che la Russia spende in armamenti più di tutta l’Ue messa insieme. Cottarelli, che s’era occupato della cosa a livello scientifico e ne aveva parlato su Repubblica, ha scritto una piccola nota per sottolineare due grossolani errori del rapporto dell’Iiss e spiegare che usando quella metrica nella maniera corretta si scopre che l’Europa spende in realtà il 58% in più della Russia (non entreremo qui nei dettagli tecnici). Il corollario è che un aumento monstre delle spese militari come quello di cui si discute non è giustificato, mentre sarebbe benvenuto un maggiore coordinamento comunitario. “La cosa più incredibile (…) è che nessuno ha ancora corretto”, aveva detto Cottarelli al Fatto, raccontando le sue disavventure con Financial Times e Politico.eu, per poi aggiungere: “Repubblica mi ha detto che faranno una rettifica”. La rettifica, probabilmente, è il suo passaggio al CorSera, il cui editore peraltro non deve vendere il ramo difesa di Iveco a Leonardo, né ha interessi in Rolls Royce (che fa motori per aerei e navi militari). Niente di che, per carità, nessuno si è fatto male, ma preme sottolineare ancora una volta come lo spazio del dissenso sia impossibile proprio tra quelli che più si lagnano delle fake news, dei populisti e dei puzzoni, arancioni o meno. Non è una novità, ma un processo iniziato da tempo e diventato via via più violento e massivo: facile che la migrazione di Cottarelli, in questa nuova fase di isteria bellica dei riformati alla leva e delle armiamoci e partite, non sia l’unica…
Radar
chi ripudia la pace
IL FATTO QUOTIDIANO
Il nemico dell’Europa è il riarmo di Ursula
Le due incendiarie – L’Unione è condannata all’irrilevanza se, invece di prendersela con Trump, non richiama all’ordine i rappresentanti che vogliono prolungare la guerra: da Von der Leyen all’estone Kallas
Di Barbara Spinelli
6 Marzo 2025
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Dicono molti commentatori che l’Europa si è fatta infine sentire: lo avrebbe fatto riconfortando Zelensky, dopo lo scontro di venerdì fra il presidente ucraino e Donald Trump, e promettendo un fenomenale riarmo e una guerra fredda a guida europea anziché statunitense.
Parigi e Londra sono pronte a schierare truppe in Ucraina, per garantirne la sicurezza dopo la tregua e l’accordo di pace con Mosca. Per ora Putin è contrario: non ha fatto la guerra per avere eserciti di Stati Nato al proprio confine.
Se questa è Europa, ben vengano le opposizioni al Piano di Riarmo, oggi al vertice dell’Unione. Non sono i progetti marziali della Commissione a facilitare la pace, ma le formidabili pressioni di Trump: martedì notte la Casa Bianca ha annunciato la sospensione di ogni aiuto all’Ucraina, compresi gli aiuti dei Servizi segreti, e il giorno dopo Zelensky ha accettato la mediazione Usa e proposto un’interruzione delle operazioni di aria e di mare. È quello che Papa Francesco un anno fa chiamò il “coraggio della bandiera bianca”. Viene l’ora di trattare con Putin, per fortuna non più paragonato a Hitler. L’apertura di Zelensky è giudicata positiva da Mosca.
Non si sa bene cosa si intenda, quando si invoca l’Europa: se i suoi cittadini, o i suoi Stati, o l’Europa parallela che Macron sta costruendo con Londra che non è più nell’Ue, o la Commissione guidata da Von der Leyen che non ha competenze in politica estera. Non si sa neanche fino in fondo il significato della manifestazione che il 15 marzo chiederà che l’Europa “dica qualcosa”, “parli con una voce sola”. Per dire cosa? Per quale politica estera, in un’Unione che su pace e guerra è divisa?
A motivare lo scandalo non è l’inaudita incapacità europea di concepire negoziati di pace con Mosca, ma la brutalità di Trump: è lui il nemico, accusato di umiliare Zelensky e costringerlo alla bandiera bianca. Tanto i morti non sono i nostri. Lo scandalo avrebbe senso se si parlasse di Gaza e degli aiuti Usa a Israele. Ma su Russia e Ucraina cosa si chiede? Che l’Europa negozi con Mosca un comune sistema di sicurezza oppure che inasprisca ancor più la conflittualità, contro la distensione tentata da Trump? E che vuol dire “difesa europea anziché riarmo” (posizione Pd), se manca una comune politica estera e diplomatica?
Venerdì alla Casa Bianca Zelensky si è infilato da solo nella tremenda trappola ripresa in mondovisione. Per capire l’evento tragico va vista l’intera conferenza stampa, e non solo l’esplosione finale. La conferenza non era cominciata male, Trump aveva elogiato l’esercito ucraino, ma Zelensky ha fatto di tutto per scatenare lo scontro. Ha parlato di Putin come di “un killer e un terrorista”, ha ripetuto che Mosca ha violato ben 25 volte gli accordi di tregua. Ha mostrato a Trump le foto di ucraini maltrattati dall’esercito russo e ha provocato il vicepresidente Vance: “Quale tregua?”. Inoltre ha reclamato un’assistenza militare Usa che equivalga di fatto al sostegno garantito dalla Nato.
Trump è un affarista neocoloniale che non esita ad accaparrarsi parte delle ricchezze minerarie ucraine (o russe se il Donbass resta russo) ma ha detto una cosa assennata: io sono sopra delle parti – ha ripetuto – non posso insultare Putin e al tempo stesso negoziare sulla fine dei bombardamenti.
Sarebbe stato ben più brutale se avesse detto un’ulteriore verità: l’Ucraina, la Nato e l’Europa hanno perso la guerra, ora si tratta di capire come mai è scoppiata. I continui allargamenti della Nato, la trasformazione dell’Ucraina in un fortilizio, il trattamento oppressivo delle minoranze russe e della loro lingua: tutto questo è vissuto come minaccia esistenziale a Mosca, non dall’invasione del ’22 ma dal 2008. Va ricordato che fu Trump nel primo mandato ad armare Kiev con i temibili missili anticarro Javelin, cruciali nella guerra odierna: Zelensky l’ha giustamente evocato nella conferenza stampa.
Si legge sui giornali che l’Europa si riunisce finalmente per contrastare Trump. E farebbe bene se lo contrastasse su Israele, cosa che non fa. Farebbe bene se difendesse l’Onu vilipesa da Washington anziché la Nato. Fa molto meno bene quando si presenta come Europa atlantista, fingendo d’ignorare la sconfitta storica della Nato e il radicale distacco statunitense dall’Europa.
Fuori posto è anche lo sdegno per il negoziato Washington-Mosca, che in un primo momento esclude Zelensky ed europei. È una lamentazione volutamente smemorata. Quando fu abbattuto il Muro di Berlino e cominciò a prefigurarsi l’unificazione tedesca (in realtà fu un’annessione della Germania Est), furono Bush padre e Gorbaciov a negoziare bilateralmente. Solo in un secondo momento le trattative si estesero alle due Germanie e ai firmatari degli accordi postbellici, Regno Unito e Francia. Allora la procedura apparve naturale. Gli unici che potevano sbloccare le cose erano Washington e il Cremlino. Ora invece si protesta, e non perché l’Europa sia più forte ma perché è diventata più inconsistente, più asservita alle industrie militari, meno addestrata alla diplomazia.
L’Unione è condannata all’irrilevanza se non richiama all’ordine rappresentanti pericolosi per la pace come Von der Leyen o l’estone Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza: un personaggio, quest’ultimo, che non ha mai fatto autocritica su quanto disse nel maggio ’24, poco prima d’esser nominata: “Non è una cattiva idea lo smembramento della Federazione russa in tante piccole nazioni”.
Quanto a Von der Leyen, memorabili sono le parole dopo il vertice euro-atlantico di Londra: l’Ue deve trasformare l’Ucraina in un “riccio d’acciaio indigesto a invasori” come la Russia. Il capo dell’esecutivo Ue non spiega come procedere, perché la politica estera e di difesa non è per fortuna di sua competenza. Se parla così è perché si mette al servizio delle industrie militari, non dei governanti e ancor meno dei popoli. Un sondaggio dell’Istituto inglese Focaldata rivela che i cittadini europei sono ostili alla strategia del riccio d’acciaio: una forte maggioranza di elettori francesi, tedeschi e inglesi vuole ridurre le spese militari o almeno mantenerle ai livelli attuali (il 66% in Francia, il 53 in Germania, il 54 nel Regno Unito). Dice James Kanagasooriam, capo dell’istituto di sondaggi: “I poteri politici sono alle prese con un enorme nodo gordiano”. È il nodo gordiano che lega indissolubilmente le politiche neoliberali di austerità alla militarizzazione dell’Unione.
Il “Piano Riarmo Europa” presentato martedì da Von der Leyen conferma in pieno il nodo gordiano. È annunciato un esborso di 800 miliardi di euro entro quattro anni: “Si apre un’era di riarmo. Questo è il momento dell’Europa. Siamo pronti a passare a una velocità superiore”. Una parte dei fondi europei destinati alla coesione sociale, territoriale e ambientale sarà dirottata verso il riarmo. È sperabile che qualcuno fermi la Commissione. Almeno per quanto riguarda i confini orientali d’Europa il pericolo è lei, non Trump.
Internazionale
7/13 marzo 2025 • Numero 1604 • Anno 32
Progetto
Giovanni De Mauro
Tre anni dopo l’inizio dell’invasione, il
fronte non si è spostato molto. La
resistenza ucraina è riuscita a fermare
l’avanzata dell’esercito russo. Il costo, in
termini di vite umane, soprattutto soldati
russi e civili ucraini, è stato enorme.
È vero che probabilmente l’Ucraina non
sarebbe riuscita a fermare la Russia
senza il supporto militare statunitense.
Ma in realtà la Russia sembra, ed è, più
debole di come ci appare o ci viene
raccontato. Non solo nella guerra di
aggressione contro l’Ucraina non è
riuscita ad avanzare più di tanto, ma per
tenere la posizione ha dovuto chiedere
aiuto alla Corea del Nord. D’altra parte il
confronto tra le dimensioni degli eserciti
e degli investimenti nella difesa parla
chiaro. Tutti i paesi europei insieme
possono contare su circa due milioni di
soldati, la Russia su un milione e mezzo.
Gli europei spendono già oggi più di 400
miliardi di dollari nella difesa, la Russia
90 miliardi. E se guardiamo al pil, quello
della Russia è di poco superiore ai
duemila miliardi di dollari,mentre il pil
combinato dei paesi europei supera i
24mila miliardi. C’è chi sostiene che
Mosca potrebbe chiedere aiuto alla Cina.
Ma difficilmente Pechino metterebbe a
rischio le sue relazioni con l’Europa, cioè
il suo principale partnercommerciale,
che ha comprato merci cinesi per 516
miliardi di dollari nel 2024, per dare una
mano alla Russia, da cui incassa 115
miliardi di dollari. Insomma, è proprio
necessario investire altri soldi per gli
eserciti? All’Europa servono più armi o
una politica diversa e un forte progetto
comune condiviso intorno a valori basati
sul progresso e la solidarietà?
Nel frattempo c’è chi festeggia. “Il
prezzo delle azioni delle aziende europee
produttrici di armi si è impennato”,
scrive il 3 marzo il Guardian, perché
“gli investitori si aspettano un forte
aumento del bilancio della difesa dei
paesi europei”. ◆
il Sole 24 Ore
Anche i fondi comuni Esg investono nel settore della difesa
di Isabella Della Valle e Lucilla Incorvati
8 marzo 2025
Ci sono armi e armi: alcune possono entrare anche nei portafogli dei gestori Esg, altre invece no. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non necessariamente chi dichiara di perseguire strategie sostenibili ha il divieto di diversificare su società che operano nel campo degli armamenti. Lo può fare ma a una condizione: che si tratti di armi convenzionali, utilizzate soprattutto a fini difensivi. Questo significa che l’altolà arriva quindi soltanto per quelle che vengono definite controverse, vale a dire che rientrano nella categoria di armi chimiche o biologiche, le mine anti uomo, le bombe a grappolo e simili.
Il Fatto Quotidiano
Liti in Leonardo, via il dg. Ai soci altri 300 milioni
Di Carlo Di Foggia e Gianni Dragoni
12 Marzo 2025
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Terremoto al vertice di Leonardo, che ieri ha ufficializzato un incremento del 90% del dividendo grazie ai profitti della guerra. Come anticipato dal Fatto, il Cda ha deciso ieri di proporre all’assemblea dei soci un forte aumento della cedola, da 0,28 a 0,52 euro per azione, per complessivi 300 milioni. Il 30,2% andrà al Mef. La guerra ha provocato anche uno scossone al vertice del gruppo che, secondo la visione dell’Ad Roberto Cingolani, richiede più rapidità di decisione. E allora via il condirettore generale Lorenzo Mariani, il manager di scuola Finmeccanica che nelle nomine decise dal governo nel 2023 aveva affiancato Cingolani, voluto da Giorgia Meloni.
Il sodalizio con Cingolani non è stato facile, ma ha funzionato finché il fisico, ex ministro del governo Draghi, si è convinto che può nuotare da solo nel mare insidioso dell’industria delle armi. Mariani paga anche il raffreddamento dei rapporti con il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il 4 aprile traslocherà in Mbda, la società che produce missili, partecipata dall’ex Finmeccanica con il 25%, insieme ai francesi di Airbus e i britannici di Bae Systems (37,5% ciascuno). Già nel settembre 2020 per divergenze con l’allora Ad Alessandro Profumo Mariani era stato dirottato in Mbda Italia. Tornerà a fare l’Ad di Mbda Italia, di cui è presidente, al posto di Giovanni Soccodato. Il presidente sarà Giuseppe Cossiga, dirigente di Mbda che è presidente Aiad, la lobby delle industrie militari già guidata da Crosetto. È il figlio dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
L’avvicendamento in Mbda ha provocato tensioni con i partner francesi e britannici, perché sarebbe stato concordato da Mariani con l’Ad del terzo gruppo missilistico mondiale, Eric Béranger, senza il coinvolgimento degli azionisti, cioè Airbus e Bae. Si racconta di una reazione irritata del governo francese, che controlla Airbus, ma anche dei britannici, comunicata al governo dall’ambasciatore francese a Roma, Martin Briens. Era stato fissato un vertice fra i ministri della Difesa dei tre Stati per un chiarimento. Crosetto avrebbe dovuto parlarne oggi a Parigi con Sebastien Lecornu e John Healey. Ma la “sessione Mbda” è saltata perché a Parigi si parlerà di Ucraina e del riarmo dell’Europa in un vertice allargato a Germania e Polonia.
In Leonardo Cingolani ha pronta una riorganizzazione con la promozione di alcuni dirigenti chiave. Carlo Gualdaroni (commerciale) sarà nominato vicedirettore generale insieme a Simone Ungaro (innovazione e strategie). Filippo Grasso, capo degli affari istituzionali, sarà direttore corporate affairs. Si parla anche di un rafforzamento di Marco De Fazio, capo dell’elettronica, la divisione dai risultati migliori.
Il bilancio 2024 si è chiuso con un aumento dei ricavi dell’11,1% a 17,8 miliardi e dell’utile netto ordinario da 742 a 786 milioni (+5,9%). L’utile netto di competenza è aumentato da 658 a 1.074 milioni. L’aggiornamento del piano 2025-2029 prevede risultati in crescita per tutti gli indicatori. Cingolani punta sulla crescita dello spazio. Il gruppo lavora al lancio, tra il 2027 e il 2028, di una costellazione in orbita bassa di 18 satelliti militari e 20 civili. Non abbastanza per insidiare Starlink di Elon Musk, ma qualcosa si muove.
Padre Alex Zanotelli: “Un’altra piazza: contro il riarmo e anche per Gaza”
di Alex Corlazzoli
“Basta retorica: chiariamo con forza la nostra contrarietà. La società civile si svegli!”
il Fatto Quotidiano 25 marzo 2025 di Alex Corlazzoli
“L’invito partito da Michele Serra a schierarsi per la difesa dell’Europa è stato sacrosanto, ma l’Ue deve fare un passo avanti: è necessario che la smetta di investire in armi. I Padri fondatori dell’Europa l’hanno creata proprio per mettere fine alla guerra unendo le nazioni in un’unica realtà. C’è stata troppa retorica nelle parole di chi si è trovato su quel palco. Era necessario chiarire con forza, in maniera prioritaria, la posizione nei confronti del riarmamento altrimenti ci si prende in giro. Non possiamo andare contro il principio stesso per cui l’Europa è stata fondata. Secondo gli ideatori del manifesto di Ventotene dovevamo puntare a realizzare gli Stati Uniti d’Europa ma siamo lontani da tutto ciò. Solo se saremo capaci di puntare a questo obiettivo potremo parlare di una difesa comune”. Soffre padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano 86enne che dopo tanti anni in Kenya è tornato in Italia e vive al quartiere Sanità di Napoli. Il suo è un malessere morale nel vedere ammazzati migliaia di bambini, uomini, donne palestinesi mentre in Italia si scende in piazza per un’Europa che annuncia investimenti sul riarmo.
So che vuole lanciare un appello diverso da quello di Serra.
Sì, per la Palestina. Ho pianto molto in questi giorni. Sono profondamente esterrefatto nel vedere tanto silenzio di fronte a un povero popolo che nessuno difende. È mai possibile? Dietro l’ottica di Israele che vuole annullare i palestinesi c’è un supremo disprezzo per gli arabi. Lo si vede non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania dove i coloni agiscono con rabbia. Stiamo assistendo a questo spettacolo sotto gli occhi di tutti grazie ai media ma perché non si fa nulla? Di cosa abbiamo paura? Di Israele? Non è Dio onnipotente in terra. Non può fare quello che vuole.
A chi si rivolge con questo richiamo?
Prima di tutto alla società civile che deve davvero avere il coraggio di scendere in piazza unita. Se le diverse organizzazioni prendono in mano questa questione avremmo altri risultati e potremo farci sentire in chiave internazionale ma non solo. Serve una grossa operazione di Bds (Boycott, Divestment and Sanctions) nei confronti di tutto ciò che viene prodotto da Israele nei territori occupati. Svegliamoci! Mi sconcerta il silenzio delle Chiese, il mio appello è rivolto anche alle conferenze episcopali d’Europa e al consiglio ecumenico delle Chiese.
E i partiti?
Trovo assurdo che non prendano posizione, che il centrosinistra non faccia scelte coraggiose, che non sfidi il governo con delle proposte concrete. È fondamentale che comincino a prendere sul serio questo problema; non vedo attenzione da parte loro. Siamo davanti a fatti già accaduti nella storia come la distruzione del popolo degli indiani d’America ma c’è un colpevole silenzio che rischia di disumanizzare l’Occidente.
Lei non dimentica gli israeliani.
No, no. Mi preoccupa la mozione di sfiducia alla procuratrice generale Gali Baharav – Miara. C’è in gioco la democrazia di quel Paese. Dietro a Netanyahu c’è l’altro imperatore: Trump. Non possiamo essere indifferenti. Serve muoversi per gli israeliani stessi perché un giorno quello Stato non sia accusato di genocidio. Fa davvero male vedere un popolo che ha tanto sofferto, ora provocare dolore ad altri.
Riarmo, caccia, missili e carri: la “guerra” tra big Ue per gli 800 miliardi
di Gianni Dragoni 2 aprile 2025
Riarmo, caccia, missili e carri: la “guerra” tra big Ue per gli 800 miliardi
di Gianni Dragoni
Nomi, progetti. Dagli aerei Gcap ai droni di Leonardo-Baykar, dal tank “europeo” ai razzi: ogni Paese spinge i suoi colossi (finora l’80% è andato agli Usa)
Soldi, soldi, soldi. Ma per fare che cosa? Nessuno sa come verranno spesi gli 800 miliardi di euro del piano di riarmo europeo presentato dalla presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen. Non c’è un elenco di cosa si dovrà fare, ma le industrie hanno già cominciato a fare i conti. E la Borsa continua a spingere al rialzo le azioni delle aziende europee del settore militare, a cominciare dalla tedesca Rheinmetall, numero uno per gli armamenti terrestri. Le sue azioni sono salite dagli 80 euro di prima della guerra a 1.342 euro, il valore di Borsa della società è di 60 miliardi, ha sorpassato le grandi case automobilistiche tedesche. Rheinmetall prevede di assumere 8.000 lavoratori nei prossimi due anni per aumentare la produzione e sta valutando di comprare da Volkswagen lo stabilimento di Osnabruck, destinato alla chiusura. Hensoldt, società tedesca di elettronica per la difesa di cui è azionista Leonardo (22,8%), ha comprato una fabbrica di Bosch con 400 lavoratori. Premiate dalla Borsa anche le francesi Thales, Safran, Dassault. Boom di Borsa per le italiane Leonardo, Fincantieri, Iveco, Avio, per la svedese Saab, per le britanniche Bae Systems e Rolls-Royce, secondo produttore mondiale di motori per aerei, di cui è azionista anche Exor.
La somma indicata da Von der Leyen, da spendere in quattro anni, è di poco inferiore alla spesa militare di un anno degli Stati Uniti e si andrebbe ad aggiungere a una spesa annua dei paesi Ue che nel 2023 è stata di 313 miliardi di dollari. Forse puntare 800 miliardi sulle armi è sembrato eccessivo persino alla presidente Ue, visto che dopo due settimane al piano ReArm Europe è stato cambiato nome. Adesso si chiama Readiness 2030, cioè “Prontezza 2030”. Con la motivazione che il massiccio sforzo è destinato anche a finanziare “le infrastrutture, la mobilità militare, il cyber, elementi sulla comunicazione”, ha spiegato Vdl. Al Corriere della Sera ha spiegato che “l’Italia ne trarrà un grande beneficio, perché ha una base industriale della difesa molto rinomata e forte. (…) Avete giganti dell’aerospazio come Leonardo, e imprese navali innovative come Fincantieri. Si tratta di investimenti in queste industrie, che creeranno buoni posti di lavoro”. Ecco i principali affari per le industrie delle armi se gli Stati Ue spenderanno questi soldi.
Dagli aerei Gcap ai droni di Leonardo-Baykar, dal tank “europeo” ai razzi: ogni Paese spinge i suoi colossi (finora l’80% è andato agli Usa)
Soldi, soldi, soldi. Ma per fare che cosa? Nessuno sa come verranno spesi gli 800 miliardi di euro del piano di riarmo europeo presentato dalla presidente della commissione Ue, Ursula von der Leyen. Non c’è un elenco di cosa si dovrà fare, ma le industrie hanno già cominciato a fare i conti. E la Borsa continua a spingere al rialzo le azioni delle aziende europee del settore militare, a cominciare dalla tedesca Rheinmetall, numero uno per gli armamenti terrestri. Le sue azioni sono salite dagli 80 euro di prima della guerra a 1.342 euro, il valore di Borsa della società è di 60 miliardi, ha sorpassato le grandi case automobilistiche tedesche. Rheinmetall prevede di assumere 8.000 lavoratori nei prossimi due anni per aumentare la produzione e sta valutando di comprare da Volkswagen lo stabilimento di Osnabruck, destinato alla chiusura. Hensoldt, società tedesca di elettronica per la difesa di cui è azionista Leonardo (22,8%), ha comprato una fabbrica di Bosch con 400 lavoratori. Premiate dalla Borsa anche le francesi Thales, Safran, Dassault. Boom di Borsa per le italiane Leonardo, Fincantieri, Iveco, Avio, per la svedese Saab, per le britanniche Bae Systems e Rolls-Royce, secondo produttore mondiale di motori per aerei, di cui è azionista anche Exor.
La somma indicata da Von der Leyen, da spendere in quattro anni, è di poco inferiore alla spesa militare di un anno degli Stati Uniti e si andrebbe ad aggiungere a una spesa annua dei paesi Ue che nel 2023 è stata di 313 miliardi di dollari. Forse puntare 800 miliardi sulle armi è sembrato eccessivo persino alla presidente Ue, visto che dopo due settimane al piano ReArm Europe è stato cambiato nome. Adesso si chiama Readiness 2030, cioè “Prontezza 2030”. Con la motivazione che il massiccio sforzo è destinato anche a finanziare “le infrastrutture, la mobilità militare, il cyber, elementi sulla comunicazione”, ha spiegato Vdl. Al Corriere della Sera ha spiegato che “l’Italia ne trarrà un grande beneficio, perché ha una base industriale della difesa molto rinomata e forte. (…) Avete giganti dell’aerospazio come Leonardo, e imprese navali innovative come Fincantieri. Si tratta di investimenti in queste industrie, che creeranno buoni posti di lavoro”. Ecco i principali affari per le industrie delle armi se gli Stati Ue spenderanno questi soldi.
Un attore importante sarà la joint venture tra Leonardo e Rheinmetall, creata per fornire 280 nuovi carri armati Panther e oltre mille veicoli blindati Lynx all’Esercito italiano, una commessa da 23,2 miliardi. I prodotti sono dell’azienda tedesca, ma metà della produzione sarà fatta da Leonardo in Italia. Parteciperà anche Iveco Defence Vehicles (Idv), controllata di Exor, con un accordo di fornitura per il 12-15% del valore. E, dopo aver riempito Idv di commesse dello Stato, gli eredi Agnelli guidati da John Elkann vorrebbero venderla. Ci sono colloqui con Leonardo, controllata dal Mef, ma posizioni distanti. Exor pretenderebbe una somma vicina a 1 miliardo e mezzo.
La somma indicata da Von der Leyen, da spendere in quattro anni, è di poco inferiore alla spesa militare di un anno degli Stati Uniti e si andrebbe ad aggiungere a una spesa annua dei paesi Ue che nel 2023 è stata di 313 miliardi di dollari. Forse puntare 800 miliardi sulle armi è sembrato eccessivo persino alla presidente Ue, visto che dopo due settimane al piano ReArm Europe è stato cambiato nome. Adesso si chiama Readiness 2030, cioè “Prontezza 2030”. Con la motivazione che il massiccio sforzo è destinato anche a finanziare “le infrastrutture, la mobilità militare, il cyber, elementi sulla comunicazione”, ha spiegato Vdl. Al Corriere della Sera ha spiegato che “l’Italia ne trarrà un grande beneficio, perché ha una base industriale della difesa molto rinomata e forte. (…) Avete giganti dell’aerospazio come Leonardo, e imprese navali innovative come Fincantieri. Si tratta di investimenti in queste industrie, che creeranno buoni posti di lavoro”. Ecco i principali affari per le industrie delle armi se gli Stati Ue spenderanno questi soldi.
Un attore importante sarà la joint venture tra Leonardo e Rheinmetall, creata per fornire 280 nuovi carri armati Panther e oltre mille veicoli blindati Lynx all’Esercito italiano, una commessa da 23,2 miliardi. I prodotti sono dell’azienda tedesca, ma metà della produzione sarà fatta da Leonardo in Italia. Parteciperà anche Iveco Defence Vehicles (Idv), controllata di Exor, con un accordo di fornitura per il 12-15% del valore. E, dopo aver riempito Idv di commesse dello Stato, gli eredi Agnelli guidati da John Elkann vorrebbero venderla. Ci sono colloqui con Leonardo, controllata dal Mef, ma posizioni distanti. Exor pretenderebbe una somma vicina a 1 miliardo e mezzo.
Leonardo e Rheinmetall intendono partecipare al futuro carro armato pesante europeo (detto Mbt o Mgcs), un progetto lanciato da Francia e Germania. La jv italo-tedesca si scontra con i piani di Knds, holding che unisce la francese Nexter e la tedesca Krauss-Maffei Wegmann, produce il Leopard, il best-seller dei carri armati, fornito anche all’Ucraina.
Negli aerei da combattimento si fronteggiano due costosi programmi di caccia di sesta generazione, “sistemi di sistemi” accompagnati da sciami di droni. La Gran Bretagna è capofila del Gcap con Bae Systems, insieme ai partner Italia e Giappone, con quote paritetiche. Il velivolo dovrebbe entrare in servizio nel 2035. Costo stimato: 40 miliardi. Ma secondo l’Ad di Leonardo, Roberto Cingolani, si potrebbe arrivare a 100 miliardi. Interessata anche l’Arabia Saudita.
Al Gcap si contrappone il progetto Fcas guidato dalla Francia, con Dassault e Airbus, aderiscono anche Germania e Spagna. Tutti sanno che non ci sono soldi sufficienti in Europa per due grandi cacciabombardieri. Ma per convogliare le risorse su un solo progetto bisognerebbe convincere Dassault a rinunciare alle pretese di leadership.
Nei droni armati aspira a un ruolo forte la jv che nascerà dall’accordo tra Leonardo e la turca Baykar, di proprietà del genero del presidente Recep Erdogan. Secondo Cingolani ci sarà un mercato di 100 miliardi di dollari in dieci anni. L’arrivo dei turchi potrebbe affossare il progetto EuroMale tra Francia, Germania, Spagna e Italia. C’è un contratto di 7,1 miliardi firmato nel 2022 con Dassault, Airbus e Leonardo, ma l’Eurodrone è in ritardo.
Un altro grande affare sarà il potenziamento dei sistemi di difesa aerea. Aumenterà ancora la produzione di missili di Mbda, la società nata dalla fusione delle attività di Airbus, Bae e Leonardo. Si prevede un aumento della domanda anche per i sistemi di scudo anti-missile di Rheinmetall, prodotti a Roma.
2 Aprile 2025
Leonardo e Rheinmetall intendono partecipare al futuro carro armato pesante europeo (detto Mbt o Mgcs), un progetto lanciato da Francia e Germania. La jv italo-tedesca si scontra con i piani di Knds, holding che unisce la francese Nexter e la tedesca Krauss-Maffei Wegmann, produce il Leopard, il best-seller dei carri armati, fornito anche all’Ucraina.
Negli aerei da combattimento si fronteggiano due costosi programmi di caccia di sesta generazione, “sistemi di sistemi” accompagnati da sciami di droni. La Gran Bretagna è capofila del Gcap con Bae Systems, insieme ai partner Italia e Giappone, con quote paritetiche. Il velivolo dovrebbe entrare in servizio nel 2035. Costo stimato: 40 miliardi. Ma secondo l’Ad di Leonardo, Roberto Cingolani, si potrebbe arrivare a 100 miliardi. Interessata anche l’Arabia Saudita.
Al Gcap si contrappone il progetto Fcas guidato dalla Francia, con Dassault e Airbus, aderiscono anche Germania e Spagna. Tutti sanno che non ci sono soldi sufficienti in Europa per due grandi cacciabombardieri. Ma per convogliare le risorse su un solo progetto bisognerebbe convincere Dassault a rinunciare alle pretese di leadership.
Nei droni armati aspira a un ruolo forte la jv che nascerà dall’accordo tra Leonardo e la turca Baykar, di proprietà del genero del presidente Recep Erdogan. Secondo Cingolani ci sarà un mercato di 100 miliardi di dollari in dieci anni. L’arrivo dei turchi potrebbe affossare il progetto EuroMale tra Francia, Germania, Spagna e Italia. C’è un contratto di 7,1 miliardi firmato nel 2022 con Dassault, Airbus e Leonardo, ma l’Eurodrone è in ritardo.
Un altro grande affare sarà il potenziamento dei sistemi di difesa aerea. Aumenterà ancora la produzione di missili di Mbda, la società nata dalla fusione delle attività di Airbus, Bae e Leonardo. Si prevede un aumento della domanda anche per i sistemi di scudo anti-missile di Rheinmetall, prodotti a Roma. L’Europa però non è unita neppure in questo campo. La Germania vorrebbe imporre il sistema di protezione israeliano Iron Dome.
Il riarmo coinvolgerà anche le navi, quindi affari d’oro per Fincantieri, per Naval Group francese e per la tedesca ThyssenKrupp Marine Systems.
Nello spazio sarà necessario un sistema satellitare di comunicazione europeo integrato e protetto. Si profilano commesse per Airbus, Thales e Leonardo. Secondo La Tribune, i tre gruppi hanno appena presentato a Bruxelles un progetto di fusione delle attività nello spazio in una nuova società, ciascuno avrebbe il 33% della “Mbda dello spazio”.È prevista anche la produzione di armi in Ucraina, per sfruttare i costi più bassi di Kiev, che ha competenze nei droni e nell’artiglieria. In Ucraina è già stata impiantata una fabbrica di Rheinmetall per i carri armati. Il piano europeo ha l’obiettivo di investire in armamenti comuni, per evitare la dispersione delle risorse in programmi nazionali che provoca duplicazioni e aumento di costi. Ma solo 150 degli 800 miliardi arriverebbero dal bilancio Ue, attraverso prestiti, con la possibilità di un coordinamento degli acquisti. Gli altri 650 miliardi dovrebbero venire dagli Stati, senza però la garanzia di progetti e acquisti coordinati.
A beneficiarne continuerebbero a essere i produttori Usa, che già adesso hanno la fetta maggiore delle forniture in Europa. Secondo uno studio di Ambrosetti dei 100 miliardi di euro di spesa militare addizionale fatti dai paesi Nato Ue dallo scoppio della guerra in Ucraina, il 78% è stato speso per acquisti da paesi extraeuropei, di cui l’80% dagli Usa. Solo il 18% degli acquisti di armi in Europa è fatto in modo “collaborativo”. Le armi Usa arrivano in particolare da Lockheed Martin con l’F-35, da Raytheon per i missili, da Boeing per velivoli ed elicotteri. Sono “made in Usa” anche molte attività di intelligence e cyber. E nei servizi satellitari incombe Starlink di Elon Musk
Leonardo, offerta per i mezzi militari Iveco dalla Exor di Agnelli. Intesa sui droni turchi
di fq 9 maggio 2025
IL FATTO QUOTIDIANO
Leonardo e la tedesca Rheinmetall hanno presentato un’offerta non vincolante per acquisire Iveco Defence Vehicles, la divisione di mezzi militari di Iveco dalla società del gruppo Exor degli Agnelli-Elkann. Lo ha annunciato il gigante pubblico della Difesa che ha presentato i dati del primo trimestre: in crescita oltre le attese l’utile netto (+24% a 115 milioni), i ricavi (13,5% a 4,2 miliardi) e i margini operativi (+17,9% a 211 milioni). Dopo i dati della trimestrale Leonardo ha chiuso in Borsa a +2,53%. Bene anche Iveco che ha chiuso a +3,61%.
“Abbiamo presentato un’offerta non vincolante insieme a Rheinmetall”, ha detto l’ad Roberto Cingolani. L’operazione “avrebbe un grande senso in termini di capacità produttive” ma “intendiamo fare esclusivamente un investimento industriale e non finanziario. Non siamo disposti a spendere di più rispetto al giusto prezzo” e analizzerà “molto attentamente i dati finanziari” di Iveco. Leonardo e Rheinmetall hanno una joint venture paritetica per la fornitura di mezzi militari all’esercito italiano, programma che vede impegnato con una quota dei lavori anche Iveco Defence Vehicles. Leonardo, il cui principale azionista è il governo, è in trattative con Iveco dallo scorso anno, ma le parti non hanno ancora raggiunto un accordo sul prezzo. Nelle scorse settimane era circolata la notizia che Iveco valutava la cessione della divisione con l’obiettivo di raccogliere fino a 1,5 miliardi grazie al contesto di crescente domanda per gli asset militari. Iveco Defence Vehicles sviluppa e produce veicoli specializzati per la difesa e la protezione civile, con un focus crescente su tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e i software per il controllo dei mezzi. Nel 2023, il fatturato della divisione è cresciuto del 15% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 1,1 miliardi. Il portafoglio ordini ha superato i 4 miliardi. Leonardo collabora già con Rheinmetall in una joint venture per costruire carri armati. Questa partnership potrebbe essere la base industriale dell’offerta congiunta. Il governo potrebbe influire sulla trattativa, dato il ruolo strategico del settore e la possibilità di esercitare il cosiddetto golden power per bloccare operazioni contrarie agli interessi nazionali. Intanto Leonardo nel primo trimestre 2025 ho siglato un accordo con la società turca Baykar Technologies per lo sviluppo di tecnologie nel settore dei droni “volto a rafforzare ulteriormente il nostro posizionamento nello scenario competitivo a livello internazionale” ha detto Cingolani.
di Cosimo Caridi Berlino si rifà l’eercito … “Dei 178 contratti già assegnati, 160 – per circa 182 miliardi – andranno all’industria nazionale. A dominare la scena è Rheinmetall, con 53 voci di spesa per oltre 88 miliardi: fornirà 687 veicoli corazzati Puma e più di 500 torrette Skyranger per la difesa ravvicinata e anti-drone. Armin Pappeger, amministratore delegato, ha annunciato 30 mila assunzioni nei prossimi tre anni. Secondo lui, il comparto aumenterà di 600 mila addetti nei prossimi anni. Diehl Defence riceverà ordini per oltre 17 miliardi, principalmente per il sistema missilistico Iris-T, destinato a diventare l’ossatura della futura difesa aerea. Il piano include anche un massiccio investimento nel settore spaziale: 14 miliardi saranno destinati a satelliti per comunicazioni e a una costellazione in orbita bassa da 9,5 miliardi per garantire collegamenti sicuri alle forze armate. Politicamente significativi sono gli acquisti che verranno effettuati attraverso il Pentagono: 400 missili da crociera Tomahawk e tre lanciatori Typhon, per un valore superiore a 1,5 miliardi di euro. È lo stesso sistema che Kiev aveva chiesto a Washington, a cui Donald Trump aveva risposto: “servono a noi”.
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2025/10/28/la-germania-si-rifa-lesercito-377-miliardi-da-spendere-in-armi-a-bilancio-2026/8175464/?
29 Ottobre 2025
Todde ferma la Via: la Sardegna resiste alle bombe di Rwm
di Tommaso Rodano
Il Fatto Quotidiano
Todde ferma la Via: la Sardegna resiste alle bombe di Rwm
di Tommaso Rodano
La pronuncia sul progetto di espansione tra 60 giorni
Todde ferma la Via: la Sardegna resiste alle bombe di Rwm
Nel cuore minerario del Sulcis, tra le colline arse e i paesi che si svuotano, la fabbrica di Domusnovas è l’unica industria in espansione in un territorio depresso. È anche una delle più discusse e critiche d’Europa: la Rwm Italia, controllata dal colosso tedesco Rheinmetall, produce esplosivi e ordigni destinati a mezza Europa e – in anni recenti – anche a Israele, all’Arabia Saudita, all’Ucraina. Da qui partivano le bombe che hanno straziato lo Yemen. Ma per la prima volta in tempi recenti, una multinazionale della guerra ha trovato un ostacolo politico vero sulla strada della crescita e dell’aumento della produzione di armi.