Se la Storia postale si limitasse ad esaminare e classificare francobolli, annullamenti, percorsi la descrizione/valutazione di questa lettera potrebbe essere:
“Antichi Stati Italiani, Sardegna, Lettera partita da Firenze il 29 luglio 1861 arrivata a Livorno il giorno seguente, affrancata con 10 centesimi, grigio bistro chiaro. La sigla dell’esperto Oliva ne certifica l’autenticità corrispondente al 14Cc del Catalogo Sassone” … che ne attribuisce anche un valore monetario.

Ma “la Storia siamo noi”, sono le persone, chi scrive, chi riceve, coloro che svolgono il servizio postale.
Abbiamo due tracce: una fotografia del 1860[1] che lo ritrae a mezz’età, un documento del 1897[2] dal quale si evince che è figlio del fu “Angiolo” e svolge un ruolo nella “Opera Pia” di Livorno che porta il suo nome.
Fin qui la storia abbastanza certa; al momento non abbiamo ulteriori informazioni del livornese Giacomo Di Segni fu Angiolo, né dei genitori o, se li ha avuti, dei figli.
Se però quanto scrive DAVID DI SEGNI in STORIE EBRAICHE DI FAMIGLIA[3] “i Di Segni non fanno riferimento ad un grande ed unico ramo familiare, bensì a più nuclei separati che hanno poi rilevato il nome dalla stessa città di origine” possiamo ipotizzare collegamenti con le storie di persone dello stesso paese, magari omonimi del Giacomo Di Segni.
Storia postale e memoria di INCIAMPO
Due storie e una pietra d’inciampo di omonimi probabili figli/nipoti dei “compaesani” DI SEGNI
Ci sono stati almeno due Giacomo Di Segni che hanno subito le leggi razziali, uno dei quali non è sopravvissuto alla Shoah.
Giacomo Di Segni figlio di Angelo[4] Di Segni e Giuditta Sereni [5]
Giacomo – Gianni – Di Segni Pugile e attore[6]
La pietra d’inciampo è quella di GIULIA DI SEGNI DELLA SETA
[1] https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3a010-0007233/
[2]https://opacsol.comune.livorno.it/SebinaOpac/query/KF_AU:%22opera%20pia%20giacomo%20del%20fu%20angiolo%20di%20segni%22?context=catalogo
[3]https://www.shalom.it/blog/cer-bc181/storie-ebraiche-di-famiglia-a-un-evento-del-museo-ebraico-di-roma-dedicato-alla-famiglia-di-segni-b1093733
[4]Da notare il ripetersi dei nomi di generazione in generazione il padre del “nostro” Di Segni livornese era “Angiolo” ed entrambi impegnati nel “sociale”
[5] (Roma 28 gennaio 1906 – Auschwitz 30 settembre 1944)
[6] Lo sport italiano contro gli ebrei 1938, leggi razziali e le terribili conseguenze della discriminazione nei confronti degli sportivi https://sport.sky.it/calcio/approfondimenti/giorno-della-memoria-documentario-sky-sport
Storia postale e memoria di INCIAMPO


In questo post si citano tre pugili: Giacomo Di Segni, Leone Efrati e Lazzaro Anticoli.
Di “Anticoli Lazzaro” detto “Bucefalo” (arrestato dai nazisti per la complicità di “Celeste Di Porto, una ragazza molto bella e spregiudicata di 18 anni, ebrea. Per tutti in pochi giorni divenne nota come Pantera Nera”) che fu trucidato alle Fosse Ardeatine, ne scrive @RinaldoBattaglia in questo terribilmente STUPENDO post “LA NOTTE PRIMA” pubblicato su Facebook, qui sotto riportato integralmente quale contributo alla “Memoria per il Futuro” che, come per i pugili sul ring, ci insegna a stare sempre in guardia.
Per la settimana della Shoah, ritorno alla retata degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943, utile per ricordare – nella Giornata della Memoria 2025 – che noi italiani non eravamo ‘fuori dal gioco’ e che, come direbbe il poeta della mia generazione, non possiamo essere ‘assolti’ perché eravamo fin troppo ‘coinvolti’. Possiamo però conoscere e farne memoria.
LA NOTTE PRIMA.
La notte prima – a Roma – c’era una strana atmosfera, molto surreale ed incontrollabile, quasi elettrica. Tutti erano indaffarati, pronti a verificare il piano di lavoro o a chiudere gli ultimi punti lasciati in sospeso. Magari gli incassi concordati che mancavano ancora di arrivare. Tutti, tranne le vittime. Come la sera o la notte prima di una normale giornata di caccia, magari quando viene aperta la nuova stagione: ognuno verifica lo stato del fucile, lo pulisce per bene, si accorda con i compagni se tutto è ok per il giorno dopo. Tutti, tranne la cacciagione.
La notte prima Herbert Kappler, il tenente colonnello delle SS, comandante dell’SD e della Gestapo a Roma, fece un ultimo controllo: voleva esser certo che tutti i suoi uomini fossero preparati. E non erano pochi da controllare o far controllare: circa 490 uomini, di cui ben 365 della polizia tedesca, comandati da 14 tra ufficiali e sottufficiali, destinati al lavoro sporco del rastrellamento partendo principalmente dalla via del Portico d’Ottavia e dalle strade adiacenti e, un centinaio, che si occupavano dell’operazione all’interno del ghetto e in altre zone secondarie della città.
490 nazisti spietati e determinati, non certo un gruppo di ‘suonatori tirolesi in pensione’ come quelli che si faranno fregare 6 mesi dopo in Via Rasella, forse mandati a Roma per la successiva grande retata sugli ebrei, quella del 21 marzo e tra i 335 uccisi alle Fosse Ardeatine ben 75 erano ebrei arrestati in quei giorni. Altro che inesperti e vacanzieri, come solo qualche mese fa sosteneva un grande esperto del settore.
490 nazisti spietati e determinati: tantissimi per arrestare 1.000 ebrei, peraltro di ’razza inferiore’. Perché questo era l’obiettivo che Kappler si era prefissato. Così aveva scritto solo il giorno prima, il 14 ottobre ‘43, al kommandant di Auschwitz, Rudolf Höss, informandolo di prepararsi visto che “avrebbe ricevuto intorno al 22-23 ottobre un carico di oltre 1 000 ebrei italiani e di prepararsi a concedere loro il ‘trattamento speciale’”. Ma Kappler forse non conosceva bene le capacità produttive di Rudolf Höss, che al Processo di Norimberga due anni dopo si vanterà di esser riuscito a sterminare anche 12.000 ebrei al giorno, sostenendo che, anzi, “Non è stato così difficile, si poteva far di più”.
E di certo ad Auschwitz non si saranno preoccupati quando il 23 ottobre – con la consueta precisione e puntualità teutonica – arriverà il convoglio n. 2 ‘Roma Collegio Militare’ dalla Stazione Triburtina, partito senza problemi lunedì 18 ottobre, con 28 carri fra ‘uomini, donne et bambini’. O meglio, per correttezza storica, senza ‘nessun incidente’ come si scriverà nel fonogramma del Ministero dell’Interno, della fascista R.S.I. a firma del nostro funzionario Travaglio. Non si saranno preoccupati se Kappler aveva esagerato e oltrepassato il numero indicato. Nei 28 carri vi erano – vive – alla partenza 1.023 persone destinate al ‘trattamento speciale’, con un piccolo extra su quanto programmato.
La notte prima, Herbert Kappler analizzò il piano di lavoro: aveva fatto tutto molto bene. A Berlino Heinrich Himmler già il giorno dopo che aveva occupato Roma, in quel venerdì 10 settembre , gli aveva spedito un messaggio molto chiaro, una ‘traccia’ del suo futuro lavoro: “i recenti avvenimenti italiani impongono una immediata soluzione del problema ebraico nei territori recentemente occupati dalle forze armate del Reich”. Probabilmente Kappler non aveva subito capito, probabilmente aveva avuto problemi più gravi nel ‘sistemare’ Roma e così il 24 settembre – guarda caso il giorno dopo che il Fuhrer e il redivivo Mussolini avevano deciso e firmato la nascita della RSI, dichiaratamente e convintamente razzista ed antisemita – Himmler lo aveva richiamato all’ordine e più che un programma gli dette una disposizione precisa e categorica, a mezzo di un telegramma segreto e strettamente riservato, come si addice per le operazioni strategicamente di massima importanza: “tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa”.
La notte prima, Herbert Kappler, pensando a come aveva eseguito l’ordine, sorrise tra sé e sé: aveva fatto davvero un buon lavoro e grazie all’aiuto ‘dell’alleato italiano’ anche in maniera alquanto fruttuosa per il Terzo Reich. Avrebbe reso ‘Judenfrei’ Roma, liberata per sempre dalla presenza degli ebrei, di certo in fretta ma prima perché non arricchirsi su di loro? Ripagando così Berlino, accumulando stima presso Himmler, e accontentando i fascisti della neonata RSI, e non solo Mussolini e il gen. Rodolfo Graziani appena nominato il numero 2, ma tutti gli altri, che come i cani vivevano in attesa che dal tavolo cadesse qualche briciola da mangiare. L’occasione era ghiotta. Gli ebrei di Roma – chi più, chi meno – avevano soldi, appartamenti, case: a qualcuno sarebbero pure andati se non ci fossero più rimasti in vita. Tanto era già stato tutto schedato ed identificato da tempo. Ben 5 anni prima, il 22 agosto 1938, Mussolini aveva ordinato e messo in pratica il primo censimento degli ebrei italiani: ogni prefetto sapeva chi era ebreo, chi mezzo ebreo, chi poi si era convertito al cattolicesimo per salvarsi o uscire da quell’elenco di morte, e soprattutto il ‘quantum’, quali proprietà avevano. Ed era sicuramente preciso perché erano gli ebrei italiani stessi che dovevano indicare il loro patrimonio: solo quello che veniva dichiarato era loro, del resto si perdevano tutti i diritti reali, qualsiasi diritto di proprietà. E quella notte prima, Herbert Kappler avrà di certo ringraziato Mussolini e i suoi gerarchi fascisti di aver così bene preparato la strada alla retata, facilitandogli il compito. I fascisti di Roma sarebbero stati ben ripagati, anche i più ‘peones’, i più di basso livello, che da che mondo è mondo solitamente sono i più fanatici, perché alla cena seduti nei posti di coda.
La notte prima, Herbert Kappler, si congratulò con sé stesso: era stato un genio a ‘fissare’ i prezzi del mercato: aveva così evitato speculazioni o confusioni, naturali in un regime di concorrenza commerciale. Per sua scelta il prezzo degli ebrei era pattuito: chi consegnava un uomo incassava 5 mila lire, una donna 3 mila, un bimbo 1.500. Ed era manna dal cielo per molti fascisti o anche normali morti di fame, anche senza essere credenti nel Duce. Se facevi arrestare un ebreo maschio incassavi subito più di quanto un operaio prendeva in oltre un anno di lavoro, quando – dati ufficiali alla mano – un salario annuo era di 4.238 lire. E averlo avuto un lavoro regolare, in quel tempo a Roma. Poi se conoscessi un ebreo maschio sicuramente questi avrà pure avuto una moglie e qualche disgraziato figlio. Col ‘pacchetto famiglia’: un padre, una madre e due figli introitavi subito dai tedeschi 10.000 lire, l’equivalente di due anni e mezzo di lavoro. Se un lavoro regolare tu lo avevi, ovviamente, anche a Roma.
La notte prima, Herbert Kappler, si congratulò sotto-sotto anche col Duce: aveva ridotto alla fame e alla disperazione gli italiani, a Roma come altrove, e ora ’l’offerta degli ebrei’ di certo gli ‘scaltri’ l’avrebbero colta al volo. E in tempi veloci: chi prima arrivava prima incassava, se non lo facevi altri avrebbero ‘consegnato’ gli ebrei e altri avrebbero ricevuti i soldini. Del resto ‘vendere’ gli ebrei – uomini, donne et bambini’ rubo le parole al funzionario fascista Travaglio – non era un reato. Anzi, si era deciso così già da tempo: le leggi razziali del ’38 erano la stella polare di questo modus operandi. Passerà un mese (17 novembre 1943), che a Verona Mussolini e tutti i fascisti di Salò giureranno sulla ‘Carta’ il nuovo Statuto, dove al punto 7 si sancirà che ‘in questa guerra gli ebrei sono nemici’. E, da che mondo è mondo, in tutte le guerre i nemici vanno eliminati, distrutti, uccisi: non è un reato, il reato diventa se non lo fai. Perché sarai un traditore, un rinnegato, ti metterai contro la tua ‘Patria’. E per non deludere i suoi fascisti poi Mussolini andrà anche oltre: con il suo decreto del 4 gennaio ‘44 tutti i beni immobiliari e mobiliari prima di proprietà degli ebrei italiani (vivi o già morti non cambiava) sarebbero dovuti esser subito sequestrati e poi confiscati e cioè rivenduti agli amici del fascio. Di fatto i fascisti più fascisti – quelli che alla cena erano seduti nei posti di testa – li facevano diventare di loro legale esclusiva proprietà. E per non smentirsi: ecco poi il decreto del Duce del 28 gennaio ’44, dove si sanciva che nessun ebreo italiano avrebbe potuto possedere nulla, nemmeno le sinagoghe, le biblioteche o qualsivoglia bene in capo alle comunità ebraiche. Grande la scuola del Duce e grandi i fascisti italiani, avrà pensato quella notte Kappler. Del resto il suo Fuhrer, quand’era solo Adolf Hitler e nulla più, da lì aveva preso lezione e poi proseguito nei suoi studi, copiandolo.
La notte prima, Herbert Kappler si sarà guardato allo specchio e capito che il destino della sua Germania nazista e dell‘Italia fascista non era molto diverso in quanto ‘scuola’. La matrice – ruba la parola a chi adesso in Italia è importante – la matrice era la medesima. E ora quelle lezioni davano i frutti attesi. Erano almeno da 5 anni che gli italiani distinguevano le razze superiori dalle razze inferiori e che a scuola, per una legge del ministro dell’Educazione Bottai, era obbligatorio leggere ‘La Difesa della Razza’ di Giorgio Almirante sin dall’anno scolastico ’38-’39. Oramai era stato tutto assorbito, come una spugna con l’acqua, dove quella sporca si mischia con quella pulita diventandone una sola. E in quella vergognosa rivista e fonte di razzismo vi erano persino vignette e disegni all’occorrenza, nel caso mai uno non sapesse bene leggere: le figure vengono memorizzate sempre meglio. Che grande ‘seminatore’ quel Giorgio Almirante. Ovvio che poi, dopo la guerra , abbia fatto molta strada e dedicatogli molte vie in Italia.
La notte prima, Herbert Kappler si considerò soddisfatto. Prima che i fascisti romani mangiassero sugli ‘avanzi’ degli ebrei, che il giorno dopo lui avrebbe deportato, si era già ‘raccolto’ ben 50 chili di oro. Sin dalla domenica del 26 settembre 1943 – due giorni dopo il telegramma di Himmler e 3 giorni dopo la firma del Duce da Hitler – Kappler infatti aveva convocato, mostrando massimo disprezzo, nel proprio nuovo ufficio a Villa Wolkonsky il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ugo Foà, e quello dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Dante Almansi. Dette loro un ordine chiaro, da padrone di Roma e delle loro (inutili secondo il credo nazista) vite: entro 36 ore mi dovette consegnare almeno 50 chilogrammi d’oro; altrimenti – ma siete voi che lo avete voluto – deporterò in Germania subito 200 ebrei romani. Se lo farete vi prometto l’incolumità di tutti i vostri ebrei di Roma. Inutile dire che quelle parole spaventarono a morte, parola che da buon nazifascista mai saranno mantenute. Già dalla mattina del lunedi 27 settembre all’interno del Tempio maggiore, la sinagoga, iniziarono le azioni per la raccolta dell’oro. Tutti gli ebrei del ghetto e di tutta Roma si mossero. E non solo loro: 50 chili di oro in 36 ore è come scalare l’Everest. Basti pensare che nel dicembre 1935 con la famosa azione di propaganda fascista per ‘l’oro alla Patria’ vennero raccolti da tutti gli italiani in tutto il territorio nazionale, isole comprese, per almeno una settimana, ‘solo’ 37 tonnellate di oro: ora in proporzione Kappler in tempo di guerra chiedeva in un giorno e mezzo di raccoglierne 4 volte tanto. Venne informata di tutto subito anche la Santa Sede, già da quel 27 settembre, e dall’alto in via ufficiosa arrivò la disponibilità “che avrebbe autorizzato un prestito in lingotti d’oro sino al raggiungimento dei 50 chilogrammi richiesti dalla polizia tedesca”. Prestito ovviamente, più o meno oneroso, ‘business is business’. Lo storico Robert Katz ne parla in maniera molto documentata (in ‘Roma Città Aperta. Settembre 1943-giugno 1944’ – ed. Il Saggiatrore- Milano 2004 – pg. 101-102). Ma gli ebrei di Roma riuscirono ugualmente, impegnandosi o indebitandosi anche con molti ‘non ebrei’ romani, che capirono il ricatto e non sempre si girarono dall’altra parte.
La notte prima, Herbert Kappler si ricordò che aveva solo dovuto concedere una breve proroga all’orario (4 ore in più) ma bene spesa: alle ore 18 di martedì 28 i capi della comunità, Ugo Foà e Dante Almansi, gli portarono l’oro ordinato a Villa Wolkonsky. Non si fidò subito; lo fece accompagnare da una scorta nel vicino edificio di Via Tasso 155 e pesare per ben due volte. Risultavano 300 grammi in più che, ovviamente, considerò quel rimborso spese: gli ebrei erano stati di parola e non avevano neanche giocato sul peso. A titolo di cronaca, Kappler spedì come da prassi consolidata tutto l’oro a Berlino al capo dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, generale Ernst Kaltenbrunner, che ringraziò ma – senza neanche ascoltare una sua proposta di ‘usare tutti gli ebrei romani come schiavi da lavoro senza arrivare al ‘trattamento speciale’”- gli ricordò l’ordine di Himmler: “È precisamente l’estirpazione immediata e completa degli ebrei in Italia nell’interesse speciale della situazione politica attuale e della sicurezza generale in Italia”.
Gli ebrei in Italia nel censimento fascista del 22 agosto 1938 erano stati identificati in neanche 47.000 e, da allora, chi aveva potuto se ne era scappato via dall’Italia. Forse a fine settembre ’43 in tutti erano inferiori ai 40 mila. Eppure 40 mila persone di ‘razza inferiore’ ora erano una minaccia per la ‘sicurezza generale in Italia’. 470 mila su 45 milioni di italiani: uno su mille. A pensarci bene, il pensiero ‘unico’ nazifascista faceva davvero schifo, ma era quello a cui erano stati indottrinati per primo gli italiani negli ultimi anni (almeno dal 28 agosto 1931, col primo regio decreto n. 1227 ordinato dal Duce). Ma è quello che anche dopo 80 anni molto italiani non hanno ancora compreso. Le vie, i porticcioli, gli ex-idroscali o i mausolei che dedichiamo ne sono una desolante conferma.
La notte prima, il sistema criminale nazista era pronto. Tutto sistemato ed organizzato alla perfezione. Nessuna sbavatura, nessun incidente. Già dai primi di ottobre era giunto – a supportare Kappler – persino lo staff (decina di validi nazisti – il cosiddetto ‘Einsatzkommando’) di Theodor Dannecker, presente personalmente. Era l’esperto in materia per la parte logistica e operativa per le deportazioni, forte del suo ‘expertise’ dopo tanti anni di lavoro con Adolf Eichmann, un nome, una garanzia. Scriverà lo storico – uno dei più grandi studiosi in merito – Bruno Maida (in ‘La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia 1938-1945, Torino, Einaudi, 2019) che Dannecker fu molto aiutato, su consiglio di Kappler , anche dal commissario Raffaele Alianello, della polizia fascista «Alloggi, forze da utilizzare, la schedatura completa degli ebrei romani: Dannecker ebbe in poche ore tutti gli strumenti per organizzare la “caccia” nella città. Altri quattordici ufficiali e sottufficiali tedeschi, seguiti da trenta militi, lo raggiunsero nei giorni seguenti, portando con loro l’esperienza acquisita nella caccia agli ebrei in Europa orientale».
La notte prima, la forza nazista era stata sapientemente istruita, in particolare: la quinta compagnia del II battaglione del 15º reggimento di SS e polizia, proveniente dall’Alsazia-Lorena; l’undicesima compagnia del III battaglione del 12º reggimento, proveniente da Amburgo; la terza compagnia del I° battaglione del 20º reggimento, proveniente dall’Austria. Tutte unità della Ordnungspolizei molto esperte in materia, a cui forse l’Einsatzkommando di Dannecker aveva poco da insegnare.
La notte prima, tutti i nazisti erano preparatissimi. Il giorno prima, il 14 ottobre, erano entrati con la forza nelle due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico, saccheggiato tutto quello che si poteva e riempito ben due vagoni di materiale di notevole valore storico ed artistico e subito spediti via treno a Berlino. Tanto fra un paio di giorni nessuna ebreo, nel ghetto di Roma, avrebbe potuto più apprezzare nulla. Ma il saccheggio serviva anche per recuperare gli elenchi completi dei nomi e degli indirizzi degli ebrei romani. Caso mai gli elenchi comunali gentilmente messi a disposizione anche dai commissari di pubblica sicurezza Raffaele Aniello e Gennaro Cappa, non fossero stati sufficienti. I due fascisti, cresciuti nella scuola del Duce, poi si offrirono – bontà loro – anche di individuare i domicili delle famiglie ebraiche, come scrissero a suo tempo gli storici Marisa Musu e Ennio Polito (in “Roma ribelle. La resistenza nella capitale. 1943-1944” – Teti Editore, Milano, 1999, p. 91). Nessun ebreo , nessuno degli ‘uomini, donne et bambini’, doveva sfuggire alla caccia di metà ottobre. Anche perché gli ebrei di Roma, a seconda se si ragionava nel ghetto, sul centro o nelle periferie, venivano allora quantificati dalle 8.000 alle 12.000 persone. Esclusi, ovviamente, quelli che erano riusciti a scappare per tempo. Ne fuggirono anche negli ultimi giorni, prima di quella notte, soprattutto gli uomini tra i 20 e i 35 anni, perché era oramai sulla bocca di tutti che – come gli italiani ‘non ebrei’ – sarebbero stati catturati e deportati nei campi di concentramento per lavorare da schiavi. Era avvenuto a fine settembre a Napoli, stava succedendo in altre città. Roma non poteva esser di meno. Altri, inoltre, quella notte erano fuori dal ghetto e fuori città solo per cercare del cibo per la famiglia, magari barattando qualcosa in cambio di farina, pane, olio. Questi si salveranno dalla retata del giorno dopo, ma ci saranno ancora nuove ricerche e rastrellamenti, nuove ‘delazioni’ e nuove retate. Per molti di loro fu solo un posticipare il viaggio della morte. E non solo quella del 21 marzo ’44.
La notte prima, anche i fascisti erano soddisfatti. Sia quelli al vertice che quelli più vicini alle fogne. Il gen. Rodolfo Graziani – oggi beatificato dal 2012 con tanto di mausoleo alle porte di Roma, grazie in particolare devozione del ‘cognato’ e oggi ministro Francesco Lollobrigida – solo una settimana prima si era liberato, di 2.500 – o pochi meno – Carabinieri di Roma. Con la collaborazione massima e convinta del Generale di Brigata Casimiro Delfini, comandante generale pro-tempore dell’Arma, e del suo collega Umberto Presti, comandante della Polizia dell’Africa Italiana (P.A.I.). L’8 ottobre i Carabinieri di Roma furono tutti portati alle stazioni ferroviarie Ostiense e Trastevere e fatti salire su treni- merci o treni-bestiame diretti a Nord Italia e da lì nei lager di Germania. Il gen. Rodolfo Graziani si era liberato dei Carabinieri perché – rubo le parole del maggiore dei Carabinieri Alfredo Vestuti, arrestato il 7 di ottobre e poi sopravvissuto : «… Eravamo un ingombro, un ostacolo… eravamo testimoni da eliminare, eravamo l’unica protezione per le popolazioni avvilite e stanche e decisero di disfarsi di noi».
La notte prima, anche i fascisti erano tranquilli: eliminati i Carabinieri, eliminati tutti i potenziali ingombri ed ostacoli, non poteva che andare bene. E non poteva che andare bene anche ai fascisti di bassa lega, quelli che univano la criminalità al fascismo. Erano fascisti perchè così potevano fare i criminali, erano criminali perchè i fascisti – Mussolini per primo – li utilizzavano a loro uso e consumo. Parliamo della banda Carità, della Banda Kock e altre minori ma non certo per delinquenza o grado di pericolosità per la gente comune. Solo pochi anni fa Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento Cultura della Comunità ebraica romana ha realizzato un’importantissima ricerca ( finanziata dalla Fondazione Museo della Shoah), attivata principalmente dallo storico Amedeo Osti Guerrazzi unitamente al demografo dell’Istat Daniele Spizzichino, che ha permesso di completare un’analisi specifica, caso per caso, degli ebrei deportati in quel 16 ottobre e soprattutto – sue parole – “una blacklist di italiani che in quei mesi denunciarono altri italiani”. L’elenco è, oggi, consultabile negli uffici della Comunità ebraica di Roma. Una black-list di sporchi italiani che denunciarono, derubarono, tradirono e consegnarono i nostri ebrei ai nazisti. Raccontava infatti, solo poco tempo fa, sempre Claudio Procaccia in merito alle ‘bande fasciste’: “Erano singoli o soprattutto vere e proprie bande al soldo dei tedeschi, ne abbiamo censite 8, a partire dai Cialli-Mezzaroma che consegnarono 80 persone. Arrivavano a fingersi avvocati nelle carceri per convincere i prigionieri a fornire gli indirizzi dove si nascondevano i parenti. E poi c’erano le torture, concentrate in via Tasso, e qui abbiamo ritrovato anche la figura di Erich Priebke, vero braccio destro di Kappler”.
La notte prima, non solo i fascisti ‘fascisti’ erano tranquilli ma anche i delatori, i commercianti di carne umana, che – da fascisti o non fascisti, poco importava – vedevano nel fascismo e ora nelle retate contro gli ebrei il modo più comodo, veloce e sicuro per arricchirsi. Hannah Arendt, da maestra quale è stata, sintetizzava ciò in una riga: ‘la guerra non restituisce i diritti, ridistribuisce solo le ricchezze’. A questi delatori, commercianti di ebrei, non interessava nulla della guerra a favore o contro Il Duce e il Fuhrer o peggio della differenza tra’ razze superiori’ o’ inferiori’: puntavano alle ‘vendita’ ai nazisti degli ebrei e al netto incasso del ‘prezzo’ fissato da Kappler, che tanto pagava a ‘circolo chiuso’ usando lire e denari derubati ad altri ebrei.
La notte prima non solo i fascisti ‘non ebrei’ erano soddisfatti e contenti del business accumulato in pochi giorni. Perché tra i venditori di carne vi erano anche ebrei. Dalle mie parti, nel Veneto a quel tempo faceva affari d’oro Mauro Graziadio Grini, un ebreo fascista di Trieste e siccome era ebreo entrava dappertutto – anche nel ghetto di Venezia – e siccome era fascista tutto gli era concesso. Sarà uno dei primi a pretendere dai compratori per gli ebrei in vendita anche prezzi maggiori e, quando serviva, perché insoddisfatto del prezzo parcheggiava i disperati in campi di concentramento fascisti, in attesa che i prezzi fossero più vantaggiosi. Inventò quello che oggi, noi uomini moderni, chiameremo ‘il trading di ebrei’ usando la vita altrui come un titolo speculativo in borsa.
La notte prima, a Roma festeggiava felice il trend degli affari anche Celeste Di Porto, una ragazza molto bella e spregiudicata di 18 anni, ebrea. Per tutti in pochi giorni divenne nota come “Pantera Nera”. Era l’amante di Vincenzo Antonelli, un fascista agente di pubblica sicurezza. Più per denaro che per amore, denunciò molti altri ebrei del ghetto – dov’era nata nel 1925 – magari suoi amici d’infanzia o vicini di casa, persino suoi parenti. Business is business. Faceva la cameriera presso il ristorante “Il Fantino”, di Piazza Giudìa, ritrovo dei fascisti romani dei quali divenne confidente ben prima dell’8 settembre. Figuriamoci dopo. Non solo permise la cattura di intere famiglie ebrei per il 16 ottobre ma anche nei mesi successivi, malgrado fosse oramai conosciuta da tutti gli ebrei come spia fascista. Ovviamente si salvò la vita nella retata e salvò la vita a chi lei voleva. Il massimo lo ebbe comunque nella retata del marzo successivo e nell’immediata rappresaglia a seguito dell’attentato di via Rasella. Documenti provano che un terzo, ossia 26 dei 75 ebrei poi fucilati nell’eccidio delle Fosse Ardeatine erano stati venduti dalla ‘Pantera Nera’, con indicato tanto di esatto nascondiglio per non sbagliare. Il massimo – si diceva – ma forse non è vero, perché fu in quell’occasione così criminale che mostrò la sua disumanità più eccelsa. Tra gli arrestati dai nazisti, con la collaborazione dei fascisti di Graziani, del questore Pietro Caruso e della banda Kock, vi era capitato anche Angelo Di Porto, il fratello di Celeste. Pantera Nera intervenne coi fascisti di Roma e siccome probabilmente il prezzo di Angelo era già stato pagato, trovò la soluzione di sostituirlo con uno nuovo ebreo, non ancora arrestato e su cui nessuno doveva pagare nulla. Era il pugile ebreo romano Lazzaro Anticoli, Bucefalo per gli amici. Affare fatto: il giovane venne arrestato e morirà alle Fosse Ardeatine. Prima comunque riuscì ad incidere sulla parete della sua cella di Regina Coeli un graffito in cui apertamente accusava Celeste Di Porto per la sua morte: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si nun arivedo la famija mia è colpa de quella venduta de Celeste. Arivendicatemi”.
Nessuno lo vendicherà: Pantera Nera sopravvivrà alla guerra , fuggendo dopo la liberazione di Roma coi fascisti. Tempo dopo col nome di Stella Martellini (Stella era chiamata in famiglia per la sua bellezza, Martellini era un negozio ariano vicino al ghetto romano), a Napoli lavorò in un bordello, frequentato sia dalle truppe d’occupazione alleate, sia da gente comune. Ma un giorno venne riconosciuta da due ebrei del ghetto di Roma; dovettero intervenire le truppe alleate per salvarla dal linciaggio della folla inferocita per quanto aveva fatto coi fascisti a Roma. Ma promettendo l’impossibile (si ritirò allora in un convento di suore di clausura a Perugia) venne rilasciata. Scappata da questo, verrà anni dopo arrestata e condannata a 12 anni di galera. Ma in virtù delle consuete amnistie del nostro dopoguerra fece solo 7 anni di carcere. Morì nel 1981.
La notte prima, anche dall’altra parte del Tevere, anche nella Santa Sede si prepararono. Si sapeva bene del ricatto di Kappler dei 50 chili d’oro, si sapeva bene dall’arrivo dei nazisti a Roma com’era il clima tra gli ebrei della Capitale. Sempre secondo Claudio Procaccia, il direttore del Dipartimento Cultura della Comunità ebraica romana, documenti provano che in quel mese almeno 1.000 ebrei romani (sui 12 mila complessivi) si siano convertiti al cattolicesimo “per evitare le deportazioni”. Facile capire che qualcosa a Roma contro gli ebrei stava succedendo o sarebbe successo a breve. E anche lì, sotto il profilo meramente economico, ci poteva essere del business. Prima, durante e dopo. Gli ebrei che riuscirono a scampare alla retata del 16 ottobre cercarono rifugio ovviamente fuori dal ghetto. Molti trovarono riparo in case private ove beneficiarono dell’ospitalità e delle generosità dei romani, a costo di rischiare anche loro la vita, ma altri dovettero pagare. Scriveva infatti tempo fa Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio della Comunità Ebraica, alla luce di una sua ricerca “basata su fonti documentali e su 250 questionari a cui hanno risposto ebrei scampati alla persecuzione: tra questi molti hanno avuto deportati tra i familiari. L’80% di chi evitò i rastrellamenti si salvò a Roma o nelle sue vicinanze. E l’83 per cento di chi trovò riparo in case private non dovette pagare. Andò diversamente a chi si rifugiò in strutture religiose: il 56% fu costretto a versare soldi, il 4 offrì forme di lavoro, nonostante un articolo dell’Osservatore romano del 25 ottobre, 9 giorni dopo il rastrellamento, che si intitolava “La carità del Santo Padre” e che indicava implicitamente di aprire le porte di conventi e chiese a tutti, senza distinzione di età, di sesso o di religione”. Anche per la Chiesa ’business is business’.
La notte prima, anche dall’altra parte del Tevere, nella Santa Sede anche il Papa Pio XII intuì cosa stesse succedendo. E – se non ci fosse arrivato – all’alba della mattina dopo, una ex allieva del Papa, la principessa Enza Pignatelli che involontariamente assistette ai primi arresti nel ghetto, si recò subito in Vaticano chiedendo udienza al Pontefice, che la ricevette immediatamente. Storici come Robert Katz (ancora in ‘Roma Città Aperta. Settembre 1943-Giugno 1944’ – Il Saggiatore, Milano, 2004, p. 135/136) documentano che “Pio XII si mise senza indugio in comunicazione telefonica con il cardinale Segretario di Stato Luigi Maglione perché prendesse informazioni e si interessasse della questione. Seguì un colloquio tra il cardinale Maglione e l’ambasciatore tedesco presso il Vaticano Ernst von Weizsäcker, al quale il segretario di Stato chiese di “intervenire in favore di quei poveretti”, lamentandosi per il fatto che “proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, fossero fatte soffrire tante persone unicamente perché appartenenti a una stirpe determinata”…”Alle richieste di Weizsäcker sul possibile comportamento della Santa Sede nel caso fossero continuati i rastrellamenti di ebrei, Maglione rispondeva che “La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione”.
Weizsäcker il 17 ottobre – quando i 1.259 complessivamente rastrellati erano ancora a Roma in attesa di partire sui treni il giorno dopo – propose al Cardinale Maglione che la protesta vaticana fosse affidata a una lettera del rettore della Chiesa tedesca a Roma, Alois Hudal. E così avvenne. Il card. Alois Hudal – austriaco e filonazista – sarà colui che gestirà la Rat-line (la Via dei topi) che salverà dalla fine guerra il ‘salvataggio’ di 30.000 nazifascisti, più o meno criminali, trasferendoli in Sud America in barba a tutte le leggi terrene. E il card. Hudal – sono parole dello storico Robert Katz – “appositamente contattato dal nipote del Papa, Carlo Pacelli inviò una lettera al generale comandante militare di Roma Reiner Stahel in cui auspicava la “non reiterazione degli arresti, per evitare un intervento pubblico del Papa contro di questi”. Per il resto, Pio XII mantenne un riservato silenzio”.
La ’non reiterazione’: in altre parole ‘non fatelo più’, come facevano una volta le maestre alle elementari. Ma tanto Kappler non lo ascolterà mai.
Non solo “domenica 17 ottobre un funzionario della Città del Vaticano si recò al Collegio Militare limitandosi a chiedere il rilascio degli ebrei battezzati; nemmeno tale richiesta fu esaudita in quanto, in base alla legislazione tedesca allora in vigore, gli ebrei convertiti non cessavano di appartenere alla “razza ebraica” (Robert Katz -‘Roma Città Aperta. Settembre 1943-Giugno 1944’ – Il Saggiatore, Milano, 2004, p.141).
Interessavano – quindi – solo gli ebrei convertiti e gli altri? Solo ‘chiacchiere e distintivo’? Ma soprattutto, soprattutto si poteva far qualcosa per salvare anche le altre 1.023 vite? Grande quesito. A Roma, nella vaticana Roma, nella casa del Papa Pio XII, non avvenne. Altrove si. In Danimarca, solo 13 giorni prima, e precisamente sabato 3 ottobre 1943, in ogni chiesa del Regno di Danimarca venne letta a tutti i credenti, una lettera pastorale firmata dal vescovo di Copenhagen, Hans Fuglsang-Damgaard – la più alta carica religiosa nel paese – a nome di tutti i soliti vescovi danesi, in cui si inviava tutti – tutti – a ‘contrastare i tentativi tedeschi di rastrellare e deportare gli ebrei’. Lo stesso domenica 4. E durante la funzione religiosa al momento della lettura non pochi fedeli si alzarono di loro libera iniziativa in piedi, quale segno di rispetto e solidarietà verso i loro connazionali di fede ebraica. E la popolazione poi salvò quasi tutti gli 8mila ebrei danesi. In Danimarca un semplice vescovo lo fece, a Roma no. E i treni per Auschwitz non erano ancora partiti.
La notte prima, anche dall’altra parte del Tevere, anche l’Osservatore Romano, come il Papa Pio XII “mantenne un riservato silenzio”. Uscirà un articolo solo il 25-26 ottobre, quando gli ebrei del ghetto erano già giunti ad Auschwitz e la maggioranza di essi era già stata gasata. Articolo che aveva il chiaro scopo di giustificare il modus operandi del Papa, usando comunque termini che neanche l’avvocato Azzeccagarbugli di manzoniana memoria mai utilizzò: “L’Augusto Pontefice… non ha desistito un solo momento dal porre in opera tutti i mezzi in suo potere per alleviare le sofferenze che in qualunque modo sono conseguenza dell’immane conflagrazione. Questa multiforme e incessante azione di Pio XII, in questi ultimi tempi si è anche maggiormente intensificata per le aumentate sofferenze di tanti infelici”.
La notte prima tutti gli ‘operativi’ erano stati adeguatamente istruiti da Kappler: da colpire erano gli ebrei, non si dovevano toccare “i meticci e gli stranieri (compresi i cittadini del Vaticano), le famiglie di matrimoni misti compreso il coniuge ebreo, il personale di casa ariano e i subaffittuari” (ricavo il testo rubando parole ancora di Kappler, scritte nel rapporto relativo all’operazione sull’operazione inviato via radio al generale delle SS Karl Wolff, documento poi presentato durante il processo ad Adolf Eichmann dall’accusa). Non bisognava in altre parole toccare certi equilibri, col Vaticano di Pio XII in particolare. E fu in base a questo preciso ordine che, a retata conclusa, vennero verificati gli ‘status’ degli arrestati (non a caso il treno per Auschwitz partì due giorni dopo). E delle complessive 1.259 persone (689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine) ben 237 di loro, identificate come cittadini stranieri, componenti di unioni o famiglie miste, compresi i partner ebrei ed altri arrestati risultati di “razza ariana” vennero rilasciate. Evidentemente la richiesta di domenica 17 ottobre del funzionario della Città del Vaticano che si recò al Collegio Militare per il rilascio solo ‘degli ebrei battezzati’ contrariamente a quanto detto dai nazisti portò qualche frutto. Ne fu una prova vivente, in particolare, una ragazza originaria di Ferrara, Piera Levi, che arrestata “casualmente con la madre nel centro di Roma mentre si trovavano ospiti di alcuni parenti, saputo che né il suo nome né quello della madre risultavano negli elenchi delle persone ricercate, riuscì a convincere Theodor Dannecker, che le interrogò quel pomeriggio tramite un interprete, che entrambe erano cattoliche e lei stessa ebrea solo per metà, ottenendo il rilascio di entrambe”. (da Robert Katz -‘Roma Città Aperta. Settembre 1943-Giugno 1944’ – Il Saggiatore, Milano, 2004, p.143-144).
In altre parole: ebrei sì, gli altri no. Anche col consenso indiretto – più o meno cosciente – del Vaticano. Ma non tutti accettarono questa regola, alquanto disumana. Gli storici Marisa Musu e Ennio Polito segnalano anche un caso all’incontrario una donna cattolica arrestata, che da tempo seguiva amorevolmente curava un bambino ebreo orfano, “si dichiarò ebrea per non abbandonare un giovane orfano molto malato che era stato affidato alle sue cure. Entrambi furono assassinati nella camera a gas al loro arrivo ad Auschwitz”. Talvolta in un mondo di criminali si è ancora umani. Talvolta gli ultimi conoscono meglio il Vangelo dei primi della classe.
La notte prima, a Roma, le persone normali dormivano e qualora fossero state sveglie girarono la testa altrove, colpite da una malattia, i cui virus erano stati assorbiti ed incubati da 20 anni almeno. Malattia chiamata – rubo le parole a Liliana Segre, che più di altre ha diritto di parlare in merito – ‘indifferenza’. Perché non tutti risultavano, quella notte, nazisti, fascisti o venditori di carne. Quasi tutti erano – questo sì – invece ‘indifferenti’. Pochi anni prima di morire, Primo Levi rispose ad una precisa domanda del grande Enzo Biagi: “Come nascono i lager?” “Facendo finta di nulla”.
La notte prima della retata, l’Italia si accorse sulla sua pelle che per troppo tempo aveva fatto finta di nulla, per troppo tempo e a causa di troppi ‘cattivi maestri’. Solo pochi salvarono la dignità del nostro paese, ma non vanno dimenticati, perché ci furono e – oggi – possiamo dire che grazie a loro ‘cera ancora vita sul pianeta Italia quel giorno‘. Come fecero tra il 20 e il 21 ottobre tre illustri medici (Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Sacerdoti) che si inventarono un morbo particolarmente terribile e molto contagioso – il morbo K (K forse come Kappler) – costringendo la messa in completo isolamento di un padiglione intero dell’ospedale Fatebenefratelli . Dove ovviamente nascondevano ebrei scappati alla retata. O di centinaia di altre persone eroiche, molte sconosciute, che a rischio della vita fecero altrettanto, usando scantinati, magazzini, cantine.
Anche piccoli e anonimi preti di periferia, meno a conoscenza della strategia politica di Pio XII e del vescovo Hudal. E ancora prima, e non solo dopo che il 25 ottobre 1943 Pio XII emanasse una direttiva riservata a tutti gli ecclesiastici italiani in cui indicava ‘come necessario fornire aiuto agli israeliti’ invitandoli ad “ospitare gli ebrei perseguitati dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, ad aprire gli istituti o anche le catacombe”.
Se il grande Pio XII avesse solamente copiato – anche solo 10/15 giorni prima – quello che fece a Copenhagen, il suo piccolo vescovo Hans Fuglsang- Damgaard il 3 ottobre, probabilmente molti italiani sarebbero intervenuti e smesso di vivere “facendo finta di nulla”. Come poi – poi – in parte avvenne e basterebbe citare il nome del prelato Pietro Palazzini, insignito dalla Yad Vashem nel 1983 quale ‘Giusto tra le Nazioni’. Oppure Roberto Ronca e molti altri uomini di Chiesa “che, in generale, risposero con l’accoglimento clandestino nei conventi e nelle strutture religiose cristiane di 4.447 ebrei censiti” come si documenta negli archivi anche vaticani
Ma anche alcuni figli del Duce, che stanchi di ‘chiacchiere e distintivo’, scelsero di ‘non far più finta di nulla’. Involontariamente lo dirà anche Kappler in un suo rapporto via radio al generale Karl Wolff, dopo la retata, dopo che aveva precisato che il “Comportamento della popolazione italiana chiaramente di resistenza passiva; che in un gran numero di casi singoli si è mutata in prestazioni di aiuto attivo”. Parlerà infatti “Per esempio in un caso, i poliziotti vennero fermati alla porta di un’abitazione da un fascista in camicia nera, con un documento ufficiale, il quale senza dubbio si era sostituito nella abitazione giudea usandola come propria un’ora prima dell’arrivo della forza tedesca.
Si poterono osservare chiaramente anche dei tentativi di nascondere i giudei in abitazioni vicine, all’irrompere della forza germanica ed è comprensibile che, in parecchi casi, questi tentativi abbiano avuto successo. Durante l’azione non è apparso segno di partecipazione della parte antisemita della popolazione: ma solo una massa amorfa che in qualche caso singolo ha anche cercato di separare la forza dai giudei.
In nessun caso si è fatto uso di armi da fuoco”.
Secondo lo storico Michael Tagliacozzo, ci sono molte probabilità che il fascista menzionato da Kappler fosse stato Ferdinando Natoni, riconosciuto come ‘Giusto tra le nazioni’ per aver salvato dal rastrellamento le gemelle Mirella e Marina Limentani. Ma non solo: forse un centinaio di ebrei, magari già ‘venduti’, riuscirono a salvarsi “grazie all’aiuto del gerarca fascista Achille Afan de Rivera e di sua moglie Giulia Florio, che abitando a ridosso del ghetto, a palazzo Costaguti, permisero ai fuggitivi di entrare attraverso una porta di servizio e poi scappare dall’ingresso principale in una zona non sorvegliata. 16 famiglie rimasero nascoste all’interno dell’edificio, salvandosi solo grazie all’adesione politica del padrone di casa, che convinse gli ufficiali della Gestapo a non perquisire l’abitazione” (da “Giulia Florio: la palermitana che salvò decine di ebrei dall’Olocausto”, su palermoviva.it, 26 gennaio 2022). Ulteriore puntata del film ‘non è la divisa che fa l’uomo, se uomo’. Oppure se si preferisce: ‘non tutti i fascisti furono fascisti’.
La notte prima della retata nel ghetto si respirava una brutta aria. Le donne erano rimaste in quell’occasione quasi senza mariti e, non a caso, delle 1.259 persone che in poche ore vennero arrestate oltre la metà erano donne (e ben 207 bambini, i loro figli). Tutto si aspettavano, ma non certo che Roma fosse così ridotta alla fame da diventare loro stesse ‘fonte di sopravvivenza’ per gli altri. Chi avrebbe tra loro pensato che a venderle sarebbero stati “portieri, ma anche ex fidanzati o semplici vicini di casa che diventarono delatori”. A vendere loro e i loro piccoli figli. E moriranno tutte ad Auschwitz. Tra i 1.023 rastrellati lì deportati ritorneranno a casa solo 15 uomini – probabilmente i più fisicamente forti – e solamente una, Settimia Spizzichino, arrestata quando aveva solo 22 anni e passata anche per Bergen-Belsen. Tornata viva – almeno per fuori – senza neanche saperne perché. Se non per fare testimonianza e memoria. Come fece fino alla morte nel luglio 2000.
La notte prima durò anche fino al lunedi 18 quando alle 14.00 precise Kappler aveva fissato la partenza dei 28 ‘carri’ del treno. Partirà anche una ebrea in più, salita spontaneamente. Si chiamava Costanza Calò, “sfuggita alla retata, ma che non volle abbandonare il marito e i cinque figli catturati”. Nessuno di loro è tornato a casa.
La notte prima della retata doveva nascere anche un bambino. Era atteso per quel giorno, verrà al mondo in carcere il giorno 17. Tutti i 1.259 inizialmente rastrellati, molti di loro ancora vestiti per la notte perché presi a tradimento mentre dormivano (la retata durò dalle ore 5,30 alle 14,00), caricati in camion militari coperti da teloni per nasconderli – anche dai prelati del Vaticano – vennero imprigionati nel Collegio Militare di Via della Lungara 82-83, sito tra il Tevere e il Gianicolo a meno di mille metri – sì mille metri, un chilometro – da Piazza S. Pietro. E nelle 30 ore che vi rimasero, mentre i nazisti verificano le generalità e ne ‘salvarono’ 237 di loro, “separati per genere ed in condizioni assolutamente disagiate” la mamma Marcella Perugia mise al mondo il suo terzogenito. Aveva già una bambina, Giuditta di allora 6 anni e un maschietto Pacifico di 7. Il neonato partirà il 18 e all’arrivo il 23 ad Auschwitz ucciso. Come gli altri. E’ vissuto in questo mondo ostile per 6 giorni, passati quasi tutti su un treno bestiame. Quando in Italia i nostalgici dedicano una via a qualche fascista – magari come il megafono delle leggi razziali, quale Giorgio Almirante – sarebbe umano che sapessero che quel bambino non ha mai avuto un nome. Non ha avuto il tempo. Su tutti i documenti postumi è censito solo come: ”figlio di Di Veroli Cesare e Perugia Marcella’.
Un anno fa, l’attuale Presidente del Senato, Ignazio Benito La Russa, ha dichiarato convinto e soddisfatto che in Italia ‘noi siamo tutti eredi di Mussolini’. Forse da italiani, per dignità, è meglio aver vincoli di sangue con quel bambino vissuto solo 6 giorni, anche se senza nome e vie dedicate. Anche se non ha appeal elettorale.
La notte prima andrebbe studiata e conosciuta a fondo: probabilmente diventeremmo meno ‘patrioti’ ma più umani. Costi quel che costi. Il padre di Liliana Segre un giorno chiese scusa alla figlia ‘per averla messa al mondo’. E io da italiano mi chiedo: quando il fascismo, con le sue Leggi Razziali, ed il nostro Paese chiederanno scusa a tutti quei padri e a quei figli? Quando?
La notte prima in Italia sembra non sia ancora finita perchè troppo nero offusca tuttora le luci dell’alba. La notte prima o 80 anni dopo?
24 gennaio 2025 – 80 anni dopo – Rinaldo Battaglia
liberamente tratto dal mio ‘L’ultimo viaggio da Vò Vecchio ad Auschwitz’ – Ed. AliRibelli – 2024