Rheinmetall

Fondata il 13 aprile 1889 da Heinrich Ehrhardt

Fra le due guerre mondiali con Krupp, Siemens, Gutehoffnungshütte fa parte di La Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (“Società per la ricerca in campo metallurgico”, ME.FO.) una società fittizia del Terzo Reich, creata per finanziare il riarmo bellico tedesco, aggirando il Trattato di Versailles.

Hellmuth Roehnert[1], che dal 1939 fu presidente del consiglio di amministrazione della Rheinmetall-Borsig AG di Berlino, apparteneva agli Amici del Reichsführer SS (noti anche come “Amici di Himmler”).
Hellmuth Roehnert (Rheinmetall-Borsig AG) Il 18 dicembre 1939 partecipò ad un incontro con il capo dell’ufficio per l’ economia militare e gli armamenti presso l’Alto Comando della Wehrmacht (OKW), al quale il maggiore generale Georg Thomas aveva invitato a tenere una conferenza sulla gestione unificata delle forze armate. industria degli armamenti
Dal 1939 fu anche  membro del consiglio di amministrazione della Reichswerke AG per l’estrazione del minerale e la ferriera “Hermann Göring” , Busch-Jäger Lüdenscheider Metallwerke AG. Le aziende del “blocco armi” del Reichswerke Hermann Göring erano tutte sotto il controllo di Röhnert. Röhnert ricopriva una posizione centrale nel comitato di controllo di tutte le aziende in cui era coinvolto lo Stato e che operavano nell’industria finale della difesa. Nel 1942 fu nominato liquidatore del Reichswerke da Hermann Göring [2] . Verso la fine della guerra Röhnert fece parte di oltre 40 comitati consultivi e di vigilanza. Principalmente attraverso l’insider trading – la speculazione sulle azioni delle società in cui sedeva nel consiglio di sorveglianza – aumentò la sua ricchezza da 200.000 marchi nel 1937 a quasi 3.000.000 di marchi nel 1943. Röhnert morì suicida nel 1945.

[1] https://de.wikipedia.org/wiki/Hellmuth_R%C3%B6hnert
[2] “tramandando” anche il logo aziendale del Reichswerke, che fu poi utilizzato dalla Salzgitter AG fino agli anni ’80 e ancora oggi utilizzato dalla Salzgitter Maschinenbau AG (SMAG)

“Durante la Seconda Guerra Mondiale, nelle fabbriche della Rheinmetall lavorarono numerosi lavoratori forzati [1]. Alla fine della guerra, solo nello stabilimento di Unterlüß, circa 5.000 lavoratori forzati e prigionieri di guerra stranieri (circa 2.500 polacchi, 1.000 dall’URSS, 500 jugoslavi, 1.000 da altri paesi) furono liberati dalle truppe britanniche.”

[1] https://www.zwangsarbeit-archiv.de/zwangsarbeit/entschaedigung/entschaedigung-2/index.html  estratto “il 12 agosto 2000 nasce Fondazione “Memoria, responsabilità e futuro” (EVZ). Al fondo di 10 miliardi di DM, le aziende tedesche hanno contribuito con circa 5 miliardi di DM per risarcire gli ex lavoratori forzati e altre. vittime del nazismo, il 30 maggio 2001 iniziarono i pagamenti versando risarcimenti soprattutto agli ex prigionieri dei campi di concentramento e ai lavoratori civili deportati dell’Europa centrale e orientale. Oltre 1,6 milioni di sopravvissuti hanno ricevuto pagamenti una tantum che variavano a seconda del paese di origine e della gravità delle condizioni del campo.

I prigionieri dei campi di concentramento e dei ghetti hanno ricevuto l’importo massimo di 7.669 euro (categoria A), i prigionieri dei campi di addestramento al lavoro e dei cosiddetti “altri luoghi di detenzione” hanno ricevuto tra 3.068 e 7.669 euro, mentre i lavoratori forzati nell’industria hanno ricevuto generalmente 2.556 euro (categoria A). B), gli occupati nell’agricoltura e i bambini detenuti hanno ricevuto tra 536 e 2.235 euro. A causa di precedenti accordi internazionali, i prigionieri di guerra erano esclusi dalla legge a meno che non fossero rinchiusi nei campi di concentramento. Anche gli internati militari italiani catturati nel 1943 non ricevettero alcun compenso. 

(Campo nazista di Unterlüß Il campo femminile I con un reparto per bambini si trovava nel distretto di Hohenrieth)

“A  Unterlüss (ora comune di Sudheie) 214 ufficiali del Regio Esercito che, catturati prigionieri dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943, si rifiutarono di sottoscrivere l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana, per non riconoscere loro le garanzie della Convenzione di Ginevra, furono classificati come  Internati Militari Italiani e destinati al lavoro coatto; il 24 febbraio 1945;  44  di questi ufficiali si ribellarono alle imposizioni tedesche sostituendosi a 21 loro compagni scelti per la fucilazione.”

Nel 2022 ad opera di alcuni studiosi locali e con il contributo economico della Rheinmetall è stato eretto un memoriale. Nello stesso anno è stata posata una “Stolperstelle” (Pietra di inciampo) in memoria di tutte le vittime del nazismo decedute a Unterlüss.”[1]

 Tra il 1944 e il 1945 la Rheinmetall-Borsig assunse la gestione del centro di assistenza per bambini stranieri a Unterlüß, che era allo stesso tempo una casa di maternità per i lavoratori forzati e un luogo di sterminio per i loro figli.[2] Talvolta a Unterlüß furono impiegate anche donne ebree ungheresi provenienti da un sottocampo del campo di concentramento di Bergen-Belsen .”[3] Il sottocampo di Unterlüß[4] , chiamato anche campo di Unterlüß-Altensothrieth o Tannenberg[5] , era il terzo sottocampo del campo di concentramento di Bergen-Belsen , insieme a Benefeld e Hambühren

[1] Fonte  https://it.wikipedia.org/wiki/44_eroi_di_Unterl%C3%BCss 

[2] “Tra il 1944 e il 1945 la Rheinmetall-Borsig sponsorizzò l’asilo nido per bambini stranieri a Unterlüß, che era anche una casa di maternità per i lavoratori forzati e un centro di sterminio per i loro figli.” Casa di cura per bambini stranieri (Unterlüß)

https://de.wikipedia.org/wiki/Ausl%C3%A4nderkinder-Pflegest%C3%A4tte_(Unterl%C3%BC%C3%9F)

[3] https://de.wikipedia.org/wiki/Rheinmetall#Zweiter_Weltkrieg

[4] https://de.wikipedia.org/wiki/KZ-Au%C3%9Fenlager_Unterl%C3%BC%C3%9F

[5] L’IMI nel campo di Tannenberg Italienische Militärinternierte in Dedelstorf und Unterlüß “il 16 febbraio 1945, 214 IMI si diressero a Dedelstorf dal campo ufficiali (Oflag) 83 vicino a Wietzendorf … il 17 febbraio raggiunsero la stazione ferroviaria di Repke e da lì camminarono fino all’aeroporto di Dedelstorf … Il 18 febbraio 1945 furono divisi in tre gruppi di lavoro … impiegati nell’area della pista di nuova costruzione, nella costruzione di un nuovo campo di baracche a ovest dell’aerodromo e nell’abbattimento lavorare nell’area del finto aeroporto vicino a Bokel” https://found-places.blogspot.com/2020/03/italienische-militarinternierte-in.html

Lavoratori forzati con i loro bambini nel Terzo Reich (foto propagandistica)
Ostarbeiterinnen in Deutschland mit ihren Kleinsten nach Feierabend.

Nel campo femminile di Hohenrieth della Rheinmetall – Borsig AG fu costituito un centro per bambini[1]. Il complesso era costituito da un reparto maternità, una baracca infantile. Il campo femminile con un reparto per bambini si trovava nel distretto di Hohenrieth (fonte dell’Immagine[2])

[1] https://de.wikipedia.org/wiki/Ausl%C3%A4nderkinder-Pflegest%C3%A4tte_(Unterl%C3%BC%C3%9F)

[2] https://de.wikipedia.org/wiki/Ausl%C3%A4nderkinder-Pflegest%C3%A4tte_(Unterl%C3%BC%C3%9F)#/media/Datei:%C3%9Cbersicht_Lager-Unterl%C3%BC%C3%9F.jpg

Von <a href=”https://de.wikipedia.org/wiki/User:Hajotthu” class=”extiw” title=”de:User:Hajotthu”>Hajotthu</a>, <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/” title=”Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0″>CC BY-SA 3.0</a>, <a href=”https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=129457157″>Link</a>


Sul sito aziendale[1] i riferimenti storici al periodo nazista sono molto scarsi, ne riportiamo alcuni (in italiano a seguire:
 
“I dreamt of leaving the camp” – A former forced labourer remembers
 
Many forced labourers had to work for Rheinmetall-Borsig in World War II. We wouldn’t know a lot about their fate if some of them hadn’t written letters describing their experience. They did this because – to obtain financial compensation from the trust set up by the German government and German industry in 1999 – they needed a certificate from Rheinmetall proving they had been subjected to forced labour.
One such person was Sascha A. who had worked on the carpenter’s bench at the Düsseldorf-Derendorf plant. “The German workers were kind and warm-hearted. They gave us food to eat.” By contrast, his memories of two of his German colleagues are less positive: “Two young Germans called Otto and Kurt worked next to me. Otto was intelligent, wore spectacles and was a fascist who wanted to shoot all communists on the Eastern Front.” Sascha A. did not say he was treated badly by them. His foreman Johann was a member of the national socialist party but Sascha still didn’t think he was inhuman. He described him as a “small man with the fascist symbol pinned to his suit. He was strict but honest.”
One point is particularly touching in the light of the great suffering of forced labourers at Rheinmetall in Düsseldorf, Berlin and elsewhere: “I enjoyed drawing. I started to draw French labourers and they sent the portraits to their homes in France. They gave me pencils and paper and they paid for my artwork with bread, cigarettes and tinned food.” It is not known where he drew the pictures, whether at the forced labour camp in Grashofstrasse or at the factory during breaks from work. Yet the hobby of the talented forced labourer did not go noticed. “The foreman found out. He showed me a photograph of a five year-old girl. I agreed to produce a portrait of the young girl. The girl had died. The portrait of the girl was drawn in the dining room for Germans.”
 
 
The fact that the foreman Johann let Sascha A. into the dining room reserved for Germans shows that foreigners weren’t normally given access to this room but used a separate dining area. In fact, forced labourers were not allowed to use the communal facilities of the Germans; the plans of the Düsseldorf-Derendorf plant show separate communal areas for labourers from Eastern regions. Another story reported by Sascha A. concerned a failed attempt to escape from the prison camp. “I dreamt of leaving the camp. My dream came true. I was on the street next to the Art Academy. I was admiring pictures by German painters. Then the police grabbed me and took me to the Gestapo.” What did the Gestapo do to Sascha A? Why didn’t he speak of his time there? Perhaps his experience was too painful to remember…


“Sognavo di lasciare il campo” – Ricorda un ex lavoratore forzato
Molti lavoratori forzati dovettero lavorare per la Rheinmetall-Borsig durante la seconda guerra mondiale. Non sapremmo molto del loro destino se alcuni di loro non avessero scritto lettere in cui descrivono la loro esperienza. Lo hanno fatto perché – per ottenere un risarcimento finanziario dal fondo fiduciario istituito dal governo tedesco e dall’industria tedesca nel 1999 – avevano bisogno di un certificato della Rheinmetall che attestasse che erano stati sottoposti a lavoro forzato.
Una di queste persone era Sascha A., che aveva lavorato al banco da falegname nello stabilimento di Düsseldorf-Derendorf. “I lavoratori tedeschi erano gentili e di buon cuore. Ci hanno dato da mangiare”. Meno positivi sono invece i suoi ricordi di due colleghi tedeschi: “Accanto a me lavoravano due giovani tedeschi di nome Otto e Kurt. Otto era intelligente, portava gli occhiali ed era un fascista che voleva fucilare tutti i comunisti sul fronte orientale”. Sascha A. non ha detto di essere stato trattato male da loro. Il suo caposquadra Johann era membro del partito nazionalsocialista, ma Sascha non pensava ancora che fosse disumano. Lo descrisse come un “omino con il simbolo fascista appuntato sul vestito. Era severo ma onesto”.
Un punto è particolarmente toccante alla luce della grande sofferenza dei lavoratori forzati alla Rheinmetall di Düsseldorf, a Berlino e altrove: “Mi piaceva disegnare. Ho iniziato a disegnare operai francesi e loro hanno inviato i ritratti alle loro case in Francia. Mi hanno dato carta e matite e hanno pagato le mie opere d’arte con pane, sigarette e cibo in scatola”. Non si sa dove abbia disegnato i quadri, se nel campo di lavoro forzato in Grashofstrasse o in fabbrica durante le pause dal lavoro. Eppure l’hobby del talentuoso lavoratore forzato non passò inosservato. “Il caposquadra lo ha scoperto. Mi ha mostrato la fotografia di una bambina di cinque anni. Ho accettato di produrre un ritratto della giovane ragazza. La ragazza era morta. Il ritratto della ragazza è stato disegnato nella sala da pranzo dei tedeschi”.
Il fatto che il caposquadra Johann abbia fatto entrare Sascha A. nella sala da pranzo riservata ai tedeschi dimostra che normalmente gli stranieri non avevano accesso a questa sala, ma utilizzavano una sala da pranzo separata. Ai lavoratori forzati, infatti, non era consentito utilizzare le strutture comunali dei tedeschi; i piani dello stabilimento di Düsseldorf-Derendorf mostrano aree comuni separate per i lavoratori delle regioni orientali. Un’altra storia riferita da Sascha A. riguardava un tentativo fallito di fuga dal campo di prigionia. “Sognavo di lasciare il campo. Il mio sogno si è avverato. Ero sulla strada accanto all’Accademia d’arte. Stavo ammirando i quadri di pittori tedeschi. Poi la polizia mi ha preso e mi ha portato alla Gestapo”. Cosa ha fatto la Gestapo a Sascha A? Perché non ha parlato del suo tempo lì? Forse la sua esperienza è stata troppo dolorosa per essere ricordata…


[1] https://www.rheinmetall.com/en/company/history/125-years-rheinmetall/years-1936-1945

Utilizzo in massa di lavoratori forzati stranieri in tutte le fabbriche della
Rheinmetall-Borsig AG
Utilizzo in massa di lavoratori forzati stranieri in tutte le fabbriche della Rheinmetall-Borsig AG

Alla fine della guerra, nel solo nello stabilimento di Unterlüß, circa 5.000 lavoratori forzati e prigionieri di guerra stranieri (circa 2.500 polacchi, 1.000 dall’URSS, 500 jugoslavi, 1.000 da altri paesi) furono liberati dalle truppe britanniche. 

La Rheinmetall era ancora in grado di produrre, ma in misura limitata. Lo stabilimento di Düsseldorf ha subito danni dal 60 al 70%, l’intera forza lavoro fu licenziata il 30 giugno 1945.

Nella RDT, l’ex stabilimento Rheinmetall a Sömmerda fu restituito alla RDT dalla Commissione di controllo sovietica il 3 giugno 1952. È stata creata una società di proprietà statale (VEB).[1]

[1] https://de.wikipedia.org/wiki/Rheinmetall#Zweiter_Weltkrieg

Dagli archivi della Polizia Segreta[1]:

Stasi Mediathek

Le rivolte del 1953 nella Germania Est[2] furono una serie di sollevazioni avvenute nella Repubblica Democratica Tedesca quando uno sciopero di manovali edili si trasformò in una rivolta contro il governo della DDR. I tumulti a Berlino Est, il 17 giugno, vennero repressi con la forza dal Gruppo di forze sovietiche in Germania

[1]  https://www.stasi-mediathek.de/medien/demonstration-von-arbeitern-des-veb-rheinmetall-in-soemmerda-am-17-juni-1953/blatt/76%2F6/ A Sömmerda, in Turingia, il risentimento represso dei lavoratori della VEB Rheinmetall fu liberato il 17 giugno 1953. Le immagini testimoniano la portata degli eventi.

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolte_del_1953_nella_Germania_Est

Dimostrazione degli operai della VEB Rheinmetall a Sömmerda il 17 giugno 1953

1955 08 05 da Sommerda-BURO MASCHINEN_RHEINMETALL_DDR
(Busta a finestra del 1955, curiosamente recante a stampa “Lager-Nr”, a timbratura meccanica DDR spedita da Rheinmetall di Sommerda)   
(Collezione Gabriele Guglielmi)

Storia recente

12 Octobre, 2018 IndustriALL Global Union has renewed and strengthened its global framework agreement (GFA) with German auto supply and defense company, Rheinmetall.
ACCORDO QUADRO GLOBALE SUI PRINCIPI DI RESPONSABILITÀ SOCIALE DEL GRUPPO RHEINMETALL

 

Global Framework Agreement (GFA) / Accordo Quadro Globale

https://www.industriall-union.org/sites/default/files/uploads/documents/GFAs/Rheinmetall/20180720_globales_rahmenabkommen_final.engl.pdf 

https://www.rheinmetall.com/Rheinmetall%20Group/Verantwortung/Globale_Rahmenbedingungen/Rheinmetall_Globales-Rahmenabkommen_IT.pdf

Focus su: Lavoro forzato e lavoro minorile

1.5 Forced and child labour

The Rheinmetall Group rejects all forms of forced labour and does not use such methods in particular in recruiting workers, as a disciplinary measure, as a punishment for participating in strikes or to practice ethnic, social, national or religious discrimination (ILO Conventions 29 and 105).

Child labour is prohibited (ILO Conventions 138 and 182). The minimum age of employees is based on respective national laws or collective bargaining arrangements provided that these do not fall below the minimum employment age laid down in ILO Convention 138. The legal employment of young people must not pose a threat to their physical and mental development.

 

 

 

 

1.5 Lavoro forzato e lavoro minorile

 Il Gruppo Rheinmetall rifiuta qualsiasi forma di lavoro forzato e non ne fa uso,

in particolare, per l’assunzione di lavoratori, quale provvedimento disciplinare,

punizione per la partecipazione a uno sciopero o misura di discriminazione

etnica, sociale, nazionale o religiosa (Convenzioni OIL 29 e 105).

È interdetto il lavoro minorile (Convenzioni OIL 138 e 182). L’età minima dei

lavoratori è regolata da leggi statali o da contratti collettivi di lavoro, purché

non sia inferiore a quella stabilita nella Convenzione OIL 138 sull’età minima

per l’assunzione all’impiego o al lavoro. L’occupazione regolare di giovani non

deve nuocere al loro sviluppo fisico e mentale.

 

Le immagini: buste, cartoline, fotografie, documenti … se non descritte/attribuite diversamente appartengono alla collezione di Gabriele Guglielmi e sono liberamente utilizzabili. Correzioni, integrazioni, suggerimenti, commenti sono benvenuti.

Approfondimento

Di GABRIELE GUGLIELMI

“Sono collezionista di francobolli da oltre 40 anni e non colleziono francobolli. La mia passione sono le lettere intere con le quali posso mostrare la storia” (Rolf –Dieter Wruck), quale migliore definizione della Storia Postale? Collezioniamo Storia postale con quella speciale caratteristica che sono le storie, in questo caso postali, quindi uniche. I francobolli sono stampati in milioni di esemplari, le storie sono uniche quanto le opere d’arte. Non solo perché è quasi impossibile che due buste abbiano gli stessi: timbri, francobolli, date di partenza transito e destinazione … diventano uniche quando raccontano proprio quella storia. Quasi impossibile anche lo scambio, tipico dei collezionisti (ce l’ho, ce l’ho, mi manca) per completare la collezione, ci si viene incontro focalizzandosi su periodi, luoghi, vie-tragitti, persone … caratteristiche cartacee e di inchiostri … diversi … così che ognuno possa approfondire ciò a cui più tiene. Siamo il contrario di chi ha il bunker con opere d’arte da ammirare tenendole solo per sé. Noi condividiamo in rete immagini, dati e informazioni di tutto questo, a volte minuscolo altre volte importante, patrimonio dell’umanità.

4 commenti

  1. La lista. Oltre 20 istituti coinvolti, in testa Unicredit e Intesa: 5,4 miliardi tra garanzie e fidi. Il governo vuole meno trasparenza oscurando i dati
    il Fatto Quotidiano 13 febbraio 2025
    Di Giulio Da Silva

    Il dossier

    Banche armate, ecco chi fa affari miliardari
    Da chi passa l’export di materiale – La lista. Oltre 20 istituti coinvolti, in testa Unicredit e Intesa: 5,4 miliardi tra garanzie e fidi. Il governo vuole meno trasparenza oscurando i dati

    Di Giulio Da Silva
    13 Febbraio 2025
    Comments
    Le banche sono in prima fila nel finanziare le vendite di armi. Gli ingenti importi di denaro legati al commercio internazionale di armamenti non potrebbero essere versati senza un adeguato supporto del sistema finanziario. La lista delle “banche armate”, come sono definiti gli istituti che finanziano l’industria degli armamenti, viene pubblicata in Italia ogni anno nella Relazione del governo al Parlamento sull’export e l’import di armi.

    Forse non la vedremo più questa lista. Perché le modifiche proposte dal governo alla legge 185 del 1990, in discussione alla Camera, cancellerebbero il capitolo con i nomi degli istituti bancari. Una trasparenza sgradita alle banche ed evidentemente considerata eccessiva da Giorgia Meloni e dal responsabile della Difesa, Guido Crosetto, grande sostenitore delle modifiche alla legge 185.

    LEGGI – Export, primo stop alla riforma della legge 185

    Nell’ultima relazione sull’export, riferita al 2023, il capitolo delle banche viene illustrato in dettaglio nel rapporto del ministero dell’Economia, al quale gli istituti devono comunicare le operazioni di finanziamento. Le vendite all’estero di armi prodotte in Italia autorizzate dal governo nel 2023 hanno raggiunto i 6,31 miliardi, il 19,3% in più rispetto al 2022. Destinatari 83 paesi.

    Il valore delle transazioni finanziarie non coincide con quello dell’export autorizzato, perché le commesse sono pluriennali e tra il momento in cui i contratti vengono autorizzati e firmati e quello in cui le armi vengono prodotte e consegnate (e quindi pagate) c’è uno sfasamento temporale, a volte anche di anni. La relazione dice che nel 2023 sono state segnalate transazioni finanziarie per complessivi 11,9 miliardi, inferiore ai 16,8 miliardi del 2022. E la relazione del Mef precisa: “Nel 2023, il 69% delle transazioni per introiti riferibili a esportazioni definitive è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo). Per quanto riguarda l’ammontare complessivo di garanzie e finanziamenti concessi o rinnovati nel 2023, l’86% è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Bnp Paribas succursale Italia, Intesa Sanpaolo)”. Nel complesso, quindi, la fetta maggiore del finanziamento all’export di armi va alle due maggiori banche italiane, Unicredit guidata da Andrea Orcel e Intesa guidata da Carlo Messina, seguite da due straniere, la tedesca Deutsche Bank e la francese Bnp Paribas.

    LEGGI – L’intergruppo per la pace porta in campo i diplomatici

    Partiamo dalle esportazioni definitive autorizzate nel 2023, che ammontano a 4,2 miliardi, tra importi “segnalati” e “accessori”. Unicredit ha finanziato transazioni per 1,33 miliardi. Seguono Deutsche Bank (804 milioni) e Intesa Sanpaolo (794 milioni).

    Compaiono nell’elenco per importi rilevanti anche Popolare di Sondrio con 358,6 milioni, Bnl con 304 milioni, Barclays Bank Ireland con 162 milioni. Bnp Paribas, che controlla Bnl, ha dato finanziamenti per 16,7 milioni. Un’altra francese, Crédit Agricole, ha finanziato esportazioni definitive per circa 77 milioni. Segue la tedesca Commerzbank, con 71,5 milioni. Tra le estere si segnalano anche Europe Arab Bank (controllata con il 59,37% dalla Banca centrale libica) con 64 milioni e Arab Banking Corporation del Bahrein per 44,6 milioni. La giapponese Mufg ha dato finanziamenti per 17 milioni. La presenza delle banche straniere è aumentata nel tempo, per la riluttanza di diverse banche italiane a finanziare le vendite di armi e finire nella lista delle “banche armate”.

    Tra le altre italiane ci sono Banca Valsabbina (71 milioni), Banco Bpm (38), Bper (29,5). Con importi più bassi anche tre istituti controllati dallo Stato: Mcc 6,5 milioni, Sace 2,85 milioni, Banca Mps 2,6 milioni. Perfino Poste Italiane, per 313.106 euro.

    Se si considera un’altra voce rilevante, finanziamenti e garanzie, che ammontano a 5,46 miliardi nel 2023, il peso della Sace, che assicura i crediti all’export, sale a 440,4 milioni. La relazione del governo riferisce che per questa voce, che si somma alle esportazioni definitive, Unicredit pesa per 1,49 miliardi, Intesa per 968,7 milioni, poi tre francesi: Crédit Agricole per 601 milioni, Bnp Paribas per 571 milioni, Société Générale con 288 milioni. Anche qui non mancano le banche tedesche: Bayerische 270 milioni, Deutsche Bank 207 milioni, Commerzbank 75 milioni.

    Questa la situazione in Italia. Mentre a livello globale le banche e i fondi di investimento sostengono i produttori di armi con almeno mille miliardi di dollari. Lo afferma la ricerca “Finance for War. Finance for Peace”, pubblicata il 28 febbraio 2024. Uno studio commissionato da Gabv (Alleanza globale delle banche valoriali) e da Banca Etica. Ricordiamo che la spesa militare mondiale, secondo il Sipri di Stoccolma, nel 2023 ha raggiunto il record di 2.443 miliardi di dollari.

    I primi dieci investitori in armamenti sono le maggiori società di investimento e banche americane: Vanguard, con 92 miliardi di dollari, State Street (68 miliardi) e BlackRock (67 miliardi), che è azionista tra l’altro di Leonardo, in settembre ha avuto il via libera del governo Meloni a incrementare la partecipazione oltre il 3%. Questi dati comprendono anche gli investimenti nel capitale delle industrie che producono armi, non solo i finanziamenti. Nella classifica mondiale seguono Capital Group (55 miliardi), Bank of America (45), JP Morgan Chase (33), Citigroup (28).

    Le banche europee sono più distaccate. Secondo questo rapporto le più esposte sono Bnp Paribas (14 miliardi di dollari), Deutsche Bank (13 miliardi), Crédit Agricole (10 miliardi), Société Générale e Ubs (7 miliardi ciascuna), Barclays (6 miliardi). Unicredit (4,4 miliardi) e Intesa (2,1 miliardi) non sono tra le prime 10 in Ue.

    I numeri, spiega la ricerca, sono approssimati per difetto. Non esiste, infatti, una lista completa di tutti gli investimenti e i crediti concessi e il settore è molto poco trasparente. Secondo il Sipri, l’industria militare sarebbe responsabile di oltre il 40% della corruzione negli scambi commerciali. Se saranno approvate le modifiche alla legge 185 volute dal governo, ci sarà ancora meno trasparenza.

  2. Il Fatto Quotidiano
    11 Novembre 2025

    La Germania prepara i piani di guerra: sempre più armi e ritorno della leva obbligatoria
    di Co. Ca.
    Lo scenario. Per i tedeschi lo scenario più probabile è l’attacco russo ai baltici entro tre/quattro anni
    Per la Germania è iniziata la programmazione dell’economia di guerra. Un documento di circa mille pagine, classificato come riservato e visionato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, descrive come il paese dovrebbe reagire a un conflitto diretto. Lo scenario più probabile indicato è un attacco russo ai Paesi baltici entro tre-quattro anni, che renderebbe la Germania un nodo logistico centrale per il transito di soldati, mezzi, medicinali e rifornimenti.
    Il piano, elaborato dallo stato maggiore della Bundeswehr (l’esercito tedesco) con il ministero dell’Economia, segna un cambio di fase: il ritorno alla logica della mobilitazione nazionale. Berlino ritiene ormai impossibile affrontare una crisi militare senza coinvolgere il settore privato. “La Bundeswehr non dispone più del personale e delle risorse necessarie per un conflitto di lunga durata in autonomia”, si legge nel documento. La pianificazione punta a integrare esercito, industria e logistica civile in un unico sistema di difesa. La Germania vive da oltre tre anni una crisi che da economica si è trasformata in sistemica. Il governo di Friedrich Merz vede nella Difesa un volano per la ripresa. Oggi la Bundeswehr conta circa 260 mila persone, di cui 180 mila soldati e 80 mila civili; considerando anche le imprese private collegate, il numero sale a 300-350 mila. Il capo di Rheinmetall, Armin Papperger, prevede che il settore possa impiegare fino a mezzo milione di persone nei prossimi anni, creando una “economia di sicurezza” capace di funzionare anche in emergenza. La Bundeswehr ha avviato incontri con le camere di commercio regionali per sensibilizzare le imprese. Alle aziende viene chiesto di predisporre scorte di carburante, garantire energia autonoma e formare più autisti e personale logistico. Oggi circa il 70% dei camionisti che lavora in Germania proviene dall’Est Europa e, in caso di guerra, molti non sarebbero disponibili. L’esercito quindi spinge verso l’elaborazione di piani di emergenza per l’autonomia energetica, installando generatori o piccoli impianti eolici. Il governo intende mappare tutte le risorse disponibili: scorte alimentari, mezzi di trasporto, magazzini, reti di comunicazione e fornitori strategici. Il piano si basa su un sistema di gestione dati che monitora in tempo reale disponibilità, colli di bottiglia e vulnerabilità della catena di approvvigionamento. La collaborazione pubblico-privato sarà regolata da contratti: le imprese aderenti manterranno risorse specifiche pronte per la difesa nazionale. Rheinmetall ha già firmato un accordo con la Bundeswehr per manutenzione e disponibilità dei mezzi durante le esercitazioni.
    “Non è solo un dovere patriottico, è una nuova fase del rapporto tra industria e Stato”, ha dichiarato Papperger. Il documento segnala anche i rischi: requisizioni forzate, obblighi di lavoro in settori strategici come acqua, energia e trasporti, maggiore esposizione a cyberattacchi e sabotaggi. “Dobbiamo pensare la sicurezza come un compito collettivo. L’Europa deve essere pronta a difendersi e la Germania deve fare la sua parte”, ha detto il ministro della Difesa Boris Pistorius.

    In parallelo procede la riforma del servizio militare, prevista dal 1° gennaio 2026, con accordo politico atteso per questa settimana, un mese in ritardo sui piani. Il sistema a sorteggio dovrebbe sparire, almeno in parte: dal 2027 la leva sarà obbligatoria per tutti gli uomini di uno specifico anno di nascita. Se non ci saranno abbastanza volontari, la lotteria potrebbe restare per coprire i vuoti, stimati in circa 5 mila reclute l’anno. Pistorius vuole che i coscritti siano considerati “soldati temporanei” fin dal primo giorno. “La Bundeswehr deve crescere. La situazione internazionale, in particolare l’atteggiamento aggressivo della Russia, lo richiede”, ha ribadito Pistorius. Al Bundestag il dibattito resta acceso. Matthias Miersch, capogruppo Spd, sostiene un approccio graduale: “Non ci sarà un automatismo per la chiamata. Vogliamo che i giovani vedano che questo servizio è attraente”.

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