L’eccidio delle Fosse Ardeatine[i]
fu l’uccisione di 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei, o detenuti comuni,
trucidati a Roma il 24 marzo 1944[1]
I comandi tedeschi, il quartier generale in Italia di Albert Kesselring e il quartier generale di Hitler, stabilirono che dovessero essere uccisi 10 italiani per ogni soldato tedesco morto.
Herbert Kappler attese alla scelta, Erich Priebke e Karl Hass condussero le vittime alle Fosse Ardeatine, furono fucilate in gruppi di cinque.
Gli italiani assassinati furono 335.
I 5 in più furono presi per sbaglio, ma assassinati lo stesso poiché testimoni dell’eccidio.
[2

[1] Eccidio delle Fosse Ardeatine. https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_delle_Fosse_Ardeatine
L’eccidio delle Fosse Ardeatine fu l’uccisione di 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei, o detenuti comuni.
Furono trucidati a Roma il 24 marzo 1944 dalle truppe di occupazione tedesche
Fu la rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, compiuto il 23 marzo da membri dei GAP romani, in cui erano rimasti uccisi 33 soldati del reggimento “Bozen” appartenente alla Ordnungspolizei, la polizia tedesca.
L’eccidio non fu preceduto da alcun preavviso da parte dei tedeschi[1].
Gli autori dei rastrellamenti che prepararono il crimine, oltre ai tedeschi, «furono gli italiani che attuarono 104 arresti (e ulteriori 81 in forma congiunta)»[2].
Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, l’eccidio delle Fosse Ardeatine divenne l’evento-simbolo della durezza dell’occupazione tedesca di Roma.
Fu anche la maggiore strage di ebrei compiuta sul territorio italiano durante l’Olocausto.
Almeno 75 delle vittime erano in stato di arresto per motivi razziali.[3][4]
Le Fosse Ardeatine, antiche cave di pozzolana, furono scelte quale luogo dell’esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi.
Nel dopoguerra sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale. Sono oggi visitabili e sono luogo di cerimonie pubbliche in memoria.
https://it.wikipedia.org/wiki/Mausoleo_delle_Fosse_Ardeatine
https://www.mausoleofosseardeatine.it
24 marzo 2025 – 81° Anniversario Eccidio delle Fosse Ardeatine
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Herbert_Kappler L’eccidio delle Fosse Ardeatine
Nel 1947 un tribunale militare processò Herbert Kappler
Kappler, condannato all’ergastolo e rinchiuso nel carcere di Gaeta.
A Gaeta era confinato anche un altro criminale nazista, Walter Reder.
20º anniversario della Resistenza

[i] Eccidio delle Fosse Ardeatine, Francobollo emesso il 18 maggio 1994. Avvenimenti storici della II guerra mondiale. 2ª emissione 750 L. – Eccidio delle fosse ardeatine. Catalogo Sassone 2112
20º anniversario della Resistenza. Serie di 6 francobolli emessi per il 20º anniversario della Resistenza. Emissione 24 aprile 1965. Catalogo Sassone 990-995 a fronte la poesia di Piero Calamandrei

24 marzo 2025 – Commemorazione 81° Anniversario dell’Eccidio delle Fosse Ardeatine
Quando non è citata, la provenienza dell’immagine/documento oggetto postale è la collezione Gabriele Guglielmi e/o sito https://gabrieleguglielmi.org/
Citandone la fonte sono liberamente utilizzabili

Anche il prefetto fascista di Roma che aveva compilato la lista dei condannati a morte e che ne aveva aggiunti 5 per sbaglio venne processato nel 1945 e condannato a morte. Fu l’ultima esecuzione capitale compiuta in Italia.
Grazie Marco Marroni, un abbraccio
l’amico Giovanni Cutini segnala (a voce) che l’ultima condanna a morte eseguita fu …”L’ultima condanna a morte per crimini comuni venne irrogata agli autori della strage di Villarbasse, atto commesso a scopo di rapina avvenuta nell’autunno del 1945. L’allora capo dello Stato Enrico De Nicola rifiutò la grazia e il 4 marzo 1947 alle 7:45 i condannati vennero fucilati alle Basse di Stura a Torino. I nomi dei condannati erano: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D’Ignoti” (Fonte Wikipedia)
@RinaldoBattaglia su Facebook
https://www.facebook.com/100018126737771/posts/pfbid0TRRXAoR8qJQmfMi8AQuHtRGpVd2UJDYkbXMsEWsqh2PBPA5XmpGzQKX5zadHbcHtl/?app=fbl
@RinaldoBattaglia da “il Messaggero del 24 marzo 1944, Quest’ordine è gia stato eseguito”
https://www.facebook.com/100018126737771/posts/pfbid033jzhWqiCdsEJet9Ya4r2QuqKEwpaVDQKsMVxsvMUChhxp4Wdov5zahb6P9tLVZppl/?app=fbl
da @DinoBonazza “ho visto proprio ieri sera LA FARFALLA IMPAZZITA:
https://it.wikipedia.org/wiki/La_farfalla_impazzita_(film) La farfalla impazzita è un film per la televisione italiano del 2025 tratto dal romanzo autobiografico omonimo di Giulia Spizzichino, scritto in collaborazione con il generale e scrittore Roberto Riccardi e pubblicato da Giuntina nel 2013.
Il titolo deriva dal soprannome attribuito a Giulia, sopravvissuta al rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, dal caro amico Stefano Persiani («Mi sono ritrovata in questa definizione. Dopo la tragedia che ho vissuto, ho volato e volato senza sapere cosa cercare»).[1] Nel 1994 la donna, che durante la guerra perse 26 famigliari, venne a sapere del rintracciamento in Argentina di Erich Priebke, esecutore materiale della strage delle Fosse Ardeatine, e lottò per l’estradizione e la condanna dell’ex ufficiale nazista.
Da Sfizi.di.posta di @MarcoOcchipinti
https://www.facebook.com/share/p/15w26avhUd/
81 ANNI FA, LE FOSSE ARDEATINE
I lettori affezionati di Sfizi.Di.Posta sanno che mai ripropongo documenti postali già mostrati e ‘sfizi’ già pubblicati (seppur rielaborati, come in questo caso), ma oggi occorre fare un’eccezione.
E l’eccezione è dettata dal fatto che esattamente oggi, ottantuno anni fa, il 24 marzo 1944, a Roma 335 persone vennero trucidate alle Fosse Ardeatine.
L’eccidio di 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei o detenuti comuni fu attuato dalle truppe di occupazione tedesche come rappresaglia e conseguenza dell’attentato di via Rasella compiuto il 23 marzo da partigiani dei GAP romani, in cui morirono 33 soldati del “Bozen”, un reggimento appartenente alla polizia tedesca.
Con estrema celerità e segretezza si decise (ed è tuttora controversa l’attribuzione di responsabilità della decisione) che per ogni soldato tedesco morto dovevano essere uccisi dieci italiani.
Al momento della decisione i tedeschi morti nell’attentato erano 32, per cui la lista che doveva essere approntata la sera stessa del 23 marzo doveva contenere 320 italiani.
Herbert Kappler, comandante del Sicherheitsdienst (il servizio segreto delle SS) di Roma di stanza nelle famigerate ‘prigioni’ di Via Tasso, già responsabile del rastrellamento del ghetto di Roma, scelse 270 nomi tra quelli catturati in via Rasella (anche civili estranei alla vicenda), quelli già imprigionati in via Tasso, ed ebrei rastrellati nelle ore precedenti, mentre altri 50 avrebbe dovuto indicarli il questore di Roma Pietro Caruso.
L’indomani mattina del 24 marzo l’elenco dei 50 non era ancora pronto, e Kappler andò su tutte le furie. A quel punto, Pietro Koch, capo della squadra speciale della polizia fascista di Roma, garantì a Kappler una lista di 50 nomi, prigionieri a Regina Coeli. E così avvenne.
Nel frattempo, all’ora di pranzo morì un altro soldato tedesco ferito in via Rasella. Così le vittime tedesche salirono a 33, e Kappler, applicando alla lettera gli ordini superiori ma di sua iniziativa e senza avvisare i piani alti, scelse altri 10 nomi tra ebrei che erano stati arrestati quella mattina stessa, portando la lista a 330 nominativi.
I condannati presenti in via Tasso vennero così condotti da Erich Priebke (il braccio destro di Kappler) e Karl Hass presso le Fosse Ardeatine, dove giunsero anche quelli da Regina Coeli. Dentro le gallerie, dalle 15:30 alle 19:00, vennero fucilati in gruppi di cinque. Lo stesso Kappler presenziò all’esecuzione.
Al termine dell’esecuzione di massa l’entrata delle cave venne fatta esplodere, a mo’ di sepolcro.
L’indomani ci si accorse che la lista dei fucilati era di 335 persone, e non di 330. Evidentemente, nella confusione generata dall’urgenza di fare presto erano state portate alle cave 5 persone in più rispetto ai 330 condannati. Kappler venne informato della cosa da Priebke, ma ovviamente non c’era più nulla da fare.
Questo, in estrema sintesi, è quanto avvenne alle Fosse Ardeatine.
Alla fine del conflitto, arrestato dalle truppe inglesi e trasferito nel 1947 alle autorità italiane, durante il processo che si svolse nel 1948, Kappler sostenne ostinatamente la linea difensiva di aver eseguito degli ordini.
I giudici non poterono non dare ragione a Kappler relativamente alle 320 vittime delle Fosse Ardeatine, ma lo condannarono all’ergastolo per le altre 10 vittime, scelte in totale autonomia da Kappler in persona, e per non aver controllato il buon operato degli esecutori della strage che invece aveva portato all’errore di uccidere ulteriori 5 persone.
La sentenza passò in giudicato dopo l’appello (perso) del 1952 e Kappler venne inizialmente rinchiuso nel carcere militare di Forte Boccea e quindi trasferito a Gaeta, nell’ala ex ufficiali, dove trovò già detenuto il maggiore Walter Reder (il responsabile dell’eccidio di Vinca e della strage di Marzabotto).
E’ qui, al Carcere Militare di Gaeta, che il destino dei due nazisti “fine pena mai” (che non si conoscevano e prima mai si incontrarono) si incrocia. Due condannati per crimini contro l’umanità sotto lo stesso tetto.
Enzo Biagi, che intervistò Reder nel 1969 per “Sette”, il supplemento del Corriere della Sera, lo conferma.
B.: «Ho notato che col signor Kappler mantenete le distanze. C’è tra voi cordialità, ma anche molto rispetto della forma».
R.: «Ci siamo conosciuti qui dentro, e abbiamo deciso, di comune accordo, di trattarci col lei; ciò costituisce un freno, mantiene un certo distacco, così non abbiamo mai avuto discussioni. Siamo molto occupati tutti e due, mangiamo insieme quando c’è un cibo che soddisfa le diverse esigenze; spaghetti, ad esempio, perché lui soffre di fegato e io di ulcera, e seguiamo diete differenti. Guardiamo ogni sera la televisione».
I due nazisti possedevano lo status di ‘prigionieri di guerra’, secondo quanto stabilito dalla III Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 (stilata sulla base della precedente, del 1929), e godevano del trattamento riservato agli ufficiali.
Avevano discreta libertà di movimento in quello che può essere considerato un ‘appartamento’: tre stanze austere ma confortevoli, cucina e due terrazze ‘vista mare’.
Kappler aveva in camera tanti libri, una macchina da scrivere, cancelleria di ogni genere, piante da appartamento, addirittura un acquario con pesciolini tropicali.
Potrebbe sembrare una prigione dorata, eppure il contrasto tra la propria condizione limitativa e quel che c’era lì fuori (il sole, il mare, i gabbiani, gli schiamazzi della gente al mare dal lato di Monte Orlando, i suoni e i rumori dei locali notturni dove si divertono anche i soldati della base americana) forse, paradossalmente, avrà generato un senso di maggiore costrizione rispetto a un carcere qualsiasi.
Tra i diritti dei prigionieri di guerra riservati dalla Convenzione di Ginevra del 1929 (articoli 37-40) e mantenuti dalla III Convenzione di Ginevra del 1949 (articolo 71) c’è anche quello di poter ricevere e inviare corrispondenza in franchigia postale, ovvero senza affrancare le missive.
Tuttavia, tale diritto si applica durante un conflitto bellico e nelle immediate risoluzioni finali. Certamente, non si applica in un regime detentivo che prevede addirittura l’ergastolo.
Si creò, allora, un’anomalia tutta italiana per la quale sia Kappler che Reder godevano dello status di prigioniero di guerra senza, in realtà, esserlo più dal momento che la guerra era finita da un pezzo.
Tale anomalia non venne tuttavia mai risolta, e i due nazisti godettero di quello status fino alla fine. E quindi del diritto di ricevere e inviare posta senza pagarne la relativa tassa postale.
E di posta sia Kappler che Reder ne inviarono e ne ricevettero a quantità (non è infatti difficile trovare oggi nei canali dell’usato e del collezionismo tali missive, così come è capitato a me): familiari, amici, semplici corrispondenti, adulatrici (eh già, perché poi questo succede: il male e la cattiveria a volte attirano più della bontà e della rettitudine… in Germania venne creata una “Associazione amici di Herbert Kappler” che contò oltre 6500 iscritti).
Per godere del diritto alla franchigia occorreva sempre indicare la dicitura “Posta Prigionieri di Guerra – Franco di bollo”, magari in più lingue.
Kappler e Reder si erano organizzati anche con timbri a tampone, con carta e buste intestate, con etichette adesive per gli indirizzi.
Tra le missive che ho rinvenuto vi è anche una inquietante cartolina con tre firme autografe, la prima di Kappler, la seconda di Reder, e la terza di una persona sconosciuta.
Potrei supporre che sia la firma dell’attendente (un sottoufficiale siciliano condannato per insubordinazione e che scontava la pena a Gaeta) che venne assegnato alla cura dei due nazisti (lavava la loro biancheria, cucinava i loro pasti, guardava con loro la televisione).
Oppure, visto che il destinatario è Walter Carganico, in Germania, a quell’epoca vice generale delle truppe tedesche da combattimento e direttore ispettivo dei reparti carristi, magari un amico in comune a loro tre è andato a trovarli. E quei quattro puntini di sospensione sembrerebbero così meno inquietanti, a voler significare “di noi quattro manchi solo tu”.
Ad ogni modo, fu proprio grazie alla libertà di scrivere e ricevere lettere che Kappler, dopo due anni di fitta corrispondenza, conobbe Annelise Wenger, donna che sposò in carcere il 19 aprile 1972.
Dopo il matrimonio, Kappler, pur godendo di un regime carcerario sempre meno rigoroso, vide aggravarsi le proprie condizioni di salute (era affetto da un tumore al colon), tanto che agli inizi del 1976 venne trasferito da Gaeta all’ospedale militare del Celio, a Roma.
Da qui, la notte del 15 agosto 1977, aiutato dalla moglie (che, a quanto pare, lo nascose dentro una capiente valigia), Kappler fuggì verso la Germania e si rifugiò presso la casa della moglie a Soltau, dove ricevette visite di amici e ammiratori e rilasciò diverse interviste.
Le circostanze esatte nelle quali Kappler fuggì non furono mai chiarite, molti dubbi persistono tuttora. Si parlò anche di servizi segreti (diverse fonti citano tali circostanze). Sta di fatto che le richieste alla Germania di restituzione del detenuto non sortirono alcun effetto, e Kappler morì a Luneburgo per la malattia nel febbraio del 1978.
Questo è quanto.
E certamente fa impressione il solo pensiero che quella stessa firma, vergata chissà su quanti e quali documenti, abbia altre volte determinato la morte di tante persone innocenti.
335, ottantuno anni fa.
—
fra i commenti al post di @MarcoOchipinti segnalo quello di @VinicioSesso
Aggiungo al pregevole articolo di Marco Occhipinti che Kappler era notoriamente un grafomane e corrispondenze da lui inviate si trovano con relativa facilità. D’altronde godendo della condizione di prigioniero invece di criminale di guerra poteva spedire franco di bollo. Il tempo libero non gli mancava.